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PATERNÒ: GIUFFRÉ IN THE WONDERLAND

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«Sappiamo che in questo progetto c’è anche l’interesse dell’Università a valorizzare un’infrastruttura ormai morta, abbandonata da trent’anni. Noi abbiamo portato avanti un progetto alternativo per evitare che l’opera blocchi la possibilità di ottenere nuovi finanziamenti. Non riteniamo di aver fatto qualcosa di sbagliato: il sindaco di Centuripe, partendo da zero, vorrebbe rianimare un’opera che, all’atto pratico, non esiste più».

Questa è la dichiarazione rilasciata dal commissario straordinario del Comune di Paternò, Giuffrè, a Federica Zammataro per Il Fatto Siciliano.

Una dichiarazione, ci sia consentito, piuttosto bislacca. Non tanto per l’opinione espressa, che naturalmente può essere legittimamente sostenuta, quanto per il principio amministrativo e politico che sembra sottintendere, un Comune può decidere il destino di un’infrastruttura che attraversa più territori senza prima preoccuparsi di consultare i sindaci degli altri Comuni interessati.

E allora spieghiamolo, ancora una volta, anche a prova di cretino.

Basterebbe che uno solo dei sindaci interessati fosse contrario perché l’intera operazione rischiasse di finire dritta nel Paese delle Meraviglie. Altro che Wonderland, qui Alice avrebbe almeno il vantaggio di sapere dove sta andando.

Ma c’è di più. La copiosissima sollevazione che si è registrata in questi giorni dimostra che, al di là del merito della proposta — pista ciclabile sì, ferrovia no, oppure ferrovia sì e pista ciclabile eventualmente dopo — ciò che ha fatto saltare sulla sedia molti è soprattutto il metodo.

Perché quando si interviene sul destino di un’infrastruttura che riguarda un intero territorio, il buon senso suggerirebbe una cosa abbastanza semplice, prima ci si confronta, poi si delibera. Non il contrario.

Nei giorni scorsi abbiamo ricevuto e pubblicato interventi puntuali e autorevoli che invitiamo tutti a leggere:

Due sindaci del territorio hanno già messo sostanzialmente in discussione l’idea di cancellare la strada ferrata per trasformarla in qualcos’altro. E questo, politicamente, somiglia parecchio a una lapide posta sull’iniziativa amministrativa fin qui perseguita dal comune di Paternò.

Non perché una decisione amministrativa possa essere liquidata con una battuta, ma perché il confronto pubblico ha fatto emergere una domanda talmente elementare da sembrare quasi rivoluzionaria, prima di decidere cosa fare di un bene che, peraltro, che non è nella disponibilità del Comune di Paternò ma proprietà delle FFS e di un’infrastruttura che coinvolge più territori, non sarebbe stato opportuno confrontarsi con tutti i soggetti interessati.

La risposta, evidentemente, non può essere affidata soltanto alle dichiarazioni del commissario Giuffré. E nemmeno alla rassicurante formula secondo cui l’opera sarebbe ormai “morta”.

Perché una ferrovia può essere dismessa, inutilizzata, dimenticata per trent’anni. Ma questo non significa automaticamente che sia diventata una proprietà privata del Comune che decide cosa farne.

La delibera, per come è stata illustrata e alla luce delle autorevoli prese di posizione che si sono susseguite, appare dunque quantomeno inopportuna, intempestiva e politicamente incomprensibile. E soprattutto rischia di produrre un risultato paradossale, l’inutilità dell’atto che invece di accelerare qualunque progetto, potrebbe complicare proprio quella ricerca di finanziamenti che il commissario dichiara di voler tutelare. Ma dove sono i finanziamenti?

Per questo sarebbe forse il caso che Giuffrè smettesse di farsi tirare la giacca dai soliti noti -così come ammesso nella delibera esitata- e ricordasse che il ruolo che ricopre non è quello di un amministratore (non eletto da nessuno) chiamato a soddisfare questa o quella sollecitazione, ma quello di un commissario straordinario chiamato ad amministrare con scienza, coscienza e prudenza istituzionale.

Nessuno gli chiede di diventare un ferroviere. Gli si chiede soltanto di non confondere una suggestione amministrativa con una decisione non condivisa dal territorio. E soprattutto di non vivere in Wonderland, dove magari le ferrovie muoiono con un decreto e risorgono, per magia, trasformate in piste ciclabili. Nella realtà, purtroppo, funziona un po’ diversamente.