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PATERNÒ: CERCASI FUTURO. ULTIMO AVVISTAMENTO ANNI FA. BUONANOTTE RAGIONE

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C’è un mistero che nemmeno i migliori investigatori riuscirebbero a risolvere: che fine ha fatto il futuro di Paternò? Non è stato rubato, almeno ufficialmente. Più probabilmente è stato dimenticato in qualche cassetto insieme ai grandi progetti, alle idee coraggiose e a quel fastidioso vizio di programmare qualcosa che vada oltre la prossima inaugurazione.

Perché una città non entra in crisi soltanto quando i conti non tornano. Entra in crisi quando smette di immaginare cosa potrebbe diventare. Quando sostituisce la visione con la navigazione a vista, il progetto con l’improvvisazione e la strategia con il bando trovato all’ultimo minuto.

A Paternò, invece, sembra che il motto sia diventato: “Vediamo domani. Tanto il dopodomani può aspettare.”

Governare, in teoria, significherebbe decidere dove portare una comunità fra cinque, dieci o vent’anni. Qui, più modestamente, ci si limita a capire come arrivare a fine settimana senza troppi scossoni. Il lungo periodo viene affrontato con grande prudenza: si evita accuratamente di parlarne.

Naturalmente non mancano le opere, i comunicati, i rendering e le fotografie con il nastro da tagliare. Manca soltanto un dettaglio secondario: capire come tutti quei pezzi dovrebbero comporre un disegno complessivo. È un po’ come comprare il volante, le ruote e i sedili senza avere la minima intenzione di costruire l’automobile.
Il grande sport cittadino: ignorare chi sa fare qualcosa

Poi c’è un altro fenomeno tutto paternese. Una disciplina olimpica ormai consolidata. Consiste nel lasciare ai margini chi possiede competenze, esperienza, idee e magari anche qualche risultato concreto ottenuto altrove.

I giovani preparati? Emigrano. I professionisti che potrebbero dare una mano? Restano spettatori. Chi ha studiato modelli innovativi? Meglio non disturbarlo. In compenso abbondano gli esperti universali. Quelli che ieri parlavano di viabilità, oggi di urbanistica, domani di intelligenza artificiale e dopodomani di allevamento intensivo di alpaca, sempre con assoluta sicurezza.

Le competenze vere, invece, fanno quasi paura. Richiedono confronto. Costringono a cambiare abitudini. E questo rischia di compromettere un sistema che funziona benissimo da decenni: scegliere le persone non per quello che sanno fare, ma per chi le ha presentate. Il curriculum? Un accessorio. La segnalazione? Molto più elegante. La città dei “soliti” Nel frattempo il dibattito pubblico continua a ruotare sempre attorno agli stessi protagonisti.

Cambiano le stagioni. Cambiano le giunte. Cambiano gli slogan. Ma i nomi restano sorprendentemente immortali. Sembra una replica infinita di una serie televisiva che nessuno ha il coraggio di cancellare dal palinsesto. Nel frattempo le energie migliori preparano la valigia. Una specie di *Paternexit*, silenziosa ma costante. Chi può costruire il futuro lo costruisce altrove. Qui resta soprattutto chi discute del passato.
l progetto del secolo? Demolire

La situazione raggiunge vette quasi poetiche quando si osservano le prospettive di sviluppo. Ci si aspetterebbe una città che discute di innovazione, ricerca, turismo culturale, rigenerazione urbana, economia digitale, agricoltura di qualità, università, imprese tecnologiche. E invece il grande progetto simbolo sembra essere… la dismissione dell’ex Albergo Sicilia.

Non è una battuta. È quasi la fotografia perfetta del momento storico. Altrove si progettano quartieri intelligenti. Qui si programma di liberarsi di un edificio. Progressi.

Intanto parte il Festival del Candidato Ma non bisogna essere troppo pessimisti. Le idee forse scarseggiano. I candidati, invece, abbondano. Ogni settimana sembra nascere un nuovo aspirante sindaco, spesso accompagnato dalla rassicurante convinzione di essere l’uomo della provvidenza.

Di programmi si parla poco. Di slogan moltissimo. Di visione quasi mai. L’importante è partire con largo anticipo. Poi il progetto, eventualmente, arriverà durante la campagna elettorale. O forse dopo.

Una città parcheggio. Nel frattempo il resto del territorio corre. Ci sono città che investono nella cultura, nella tecnologia, nella ricerca, nello sport, nella valorizzazione dei centri storici e nella qualità della vita. Paternò rischia invece di trasformarsi sempre più in un enorme parcheggio residenziale.

Si dorme qui. Si lavora altrove. Ci si diverte altrove. Si studia altrove. Si investe altrove. E quando serve un museo, una biblioteca, un evento importante o un’opportunità professionale… c’è sempre Catania. Comodo.

Buonanotte, visione Il punto, però, non è economico. È culturale.

Una comunità smette davvero di crescere quando considera normale perdere i propri talenti, ignorare le competenze e sostituire il merito con la fedeltà personale. Quando l’orizzonte coincide con la prossima scadenza elettorale. Quando il futuro diventa un argomento troppo complicato.

E allora vale la pena diffidare delle promesse miracolose, dei libri dei sogni pieni di rendering spettacolari e delle campagne elettorali costruite a colpi di slogan. Perché una città non cambia con una conferenza stampa.

Cambia quando decide finalmente di premiare le idee invece delle appartenenze, la competenza invece delle segnalazioni, la programmazione invece dell’improvvisazione. Fino a quel momento, il rischio è uno solo: continuare a cercare il futuro… come un oggetto smarrito. Con la differenza che, se nessuno lo cerca davvero, prima o poi qualcuno smetterà perfino di ricordarsi che esisteva.