C’era un tempo in cui la sinistra rivendicava il confronto delle idee. Si poteva essere d’accordo o meno, ma il dibattito era considerato il sale della democrazia. Oggi, almeno a Paternò, sembra essersi affermata una versione diversa della politica, meno confronto e più certificazione morale, più insulti.
Non si discute più se un’opinione, la critica e la satira sia fondata o sbagliata. Prima si stabilisce chi l’ha espressa. Poi, in base all’appartenenza politica o meno, arriva il verdetto. Se l’autore appartiene al circuito “giusto”, il loro, ogni parola diventa una nobile battaglia civile. Se invece proviene dal campo avverso, la stessa opinione viene trasformata in scandalo, provocazione o addirittura minaccia per la convivenza democratica. È il trionfo della pseudo-superiorità etica autoproclamata.
A Paternò assistiamo sempre più spesso a un curioso fenomeno, chi predica tolleranza pratica l’intolleranza; chi invoca il dialogo evita accuratamente il confronto; chi si presenta come custode della democrazia reagisce alle critiche come se fossero un’offesa personale.
La politica viene sostituita dalla falsa moralità? Il dirimpettaio non è qualcuno con cui discutere, ma qualcuno da correggere, se non da demonizzare. Non è considerato portatore di idee diverse, ma di difetti da evidenziare. E così il dibattito pubblico si trasforma in un tribunale farlocco permanente dove i soliti si auto attribuiscono il ruolo di giudici e tutti gli altri finiscono sul banco degli imputati.
Il meccanismo è ormai collaudato. Arriva una critica? Non si risponde nel merito. Arriva una contestazione? Non si replica con argomenti. Arriva una domanda scomoda? Si passa direttamente all’insulto e alla delegittimazione personale. Si distribuiscono etichette con la stessa generosità con cui una volta si distribuivano volantini elettorali.
Nel frattempo, i problemi reali della città restano lì, immobili. Ma di quelli si parla meno. Molto più semplice indignarsi, molto più comodo individuare il colpevole di turno, molto più gratificante impartire lezioni di civiltà dall’alto di una presunta superiorità morale.
La verità è che la democrazia non consiste nell’ascoltare soltanto chi ci dà ragione. La democrazia si misura soprattutto dalla capacità di tollerare chi ci contraddice. E quando una parte politica sostituisce sistematicamente il confronto con l’insulto, la replica con la scomunica e l’argomento con la lezione pseudo-morale, allora non sta dimostrando forza culturale. Sta semplicemente mostrando una crescente difficoltà a convivere con il dissenso.
Forse il problema non è che qualcuno parla troppo liberamente. Forse il problema è che qualcuno non sopporta di essere contraddetto. E quando la politica diventa una gara a chi si sente moralmente superiore, il rischio è sempre lo stesso, smettere di convincere i cittadini e iniziare a giudicarli. Ecco perché il tribunale del popolo li condanna e li fa perdere.