C’è un vizio tutto italiano, e purtroppo anche tutto siciliano, che continua a ripresentarsi con una puntualità disarmante, si invocano competenza, merito, innovazione e qualità, salvo poi sacrificare tutto sull’altare delle appartenenze e degli equilibri di parte.
Per questo sorprende il silenzio che ha accompagnato un’esperienza che meritava quantomeno di essere ricordata. Durante il commissariamento guidato da Giovanni Riggio, infatti, insieme ad ArcheoClub era stato avviato un percorso di valorizzazione dell’architettura storica dell’Etna attraverso il progetto “MountEtna”, un’iniziativa che aveva acceso i riflettori , non solo regionali, su un patrimonio spesso dimenticato e che ha prodotto persino una pubblicazione straordinaria destinata a essere presentata nelle prossime settimane.
Non si trattava di annunci o slogan, ma dell’avvio concreto di un percorso culturale e scientifico che puntava a raccontare il territorio etneo attraverso le sue emergenze architettoniche, le sue tradizioni e la sua identità. Un lavoro che avrebbe meritato continuità e sostegno.
Invece, ancora una volta, il cambio dei vertici è coinciso con l’interruzione di quanto costruito. La nomina di un direttore reggente proveniente da un diverso ambito professionale ha finito per spostare l’attenzione altrove, lasciando incompiuto un progetto che stava iniziando a dare risultati tangibili.
La sensazione, difficile da ignorare, è che si continui a privilegiare la logica delle appartenenze rispetto a quella della continuità amministrativa. E quando la politica sceglie chi deve guidare enti strategici sulla base degli equilibri interni anziché dei risultati ottenuti, a perdere non sono i singoli dirigenti ma le istituzioni stesse.
Non è una vicenda isolata. Il dibattito che ha coinvolto altre realtà regionali, come il Cefpas, ha già mostrato quanto sia fragile il confine tra proclamazioni di merito e pratiche che spesso seguono percorsi diversi.
E non contribuisce certo a rasserenare il clima il fatto che sul Parco dell’Etna siano emerse vicende finite all’attenzione della magistratura, con un’inchiesta avviata a seguito di denunce riguardanti presunte ipotesi di estorsione ai danni di un fornitore di servizi. Saranno gli organi competenti a fare piena luce sui fatti, ma resta evidente che il contesto richiederebbe massima trasparenza e scelte inattaccabili.
Il punto, tuttavia, è un altro. Ogni volta che un progetto valido viene accantonato per ragioni che nulla hanno a che vedere con la sua qualità, la Sicilia perde un’occasione. Perde credibilità. Perde fiducia. Perde futuro.
E allora forse la domanda da porsi è semplice, vogliamo davvero costruire istituzioni capaci di premiare i risultati o continueremo a cambiare strada ogni volta che cambia il conducente?
Finché non arriverà una risposta chiara, il rischio è che il merito resti una parola da convegno e le appartenenze continuino a essere l’unica vera bussola delle nomine pubbliche.