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La Vardera trasforma la politica in reality show

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C’è una sottile differenza tra fare opposizione e fare spettacolo. Una differenza che dovrebbe essere evidente a chiunque abbia il privilegio di sedere all’Assemblea Regionale Siciliana. Eppure, osservando l’ultima vicenda legata alla gestione della spiaggia di Mondello e al caso Italo Belga, viene il sospetto che qualcuno abbia smarrito completamente il confine tra attività istituzionale e intrattenimento mediatico.

Tra i protagonisti della vicenda emerge ancora una volta Ismaele La Vardera, parlamentare che ha costruito gran parte della propria immagine pubblica sulla denuncia, sull’effetto sorpresa, sulla rivelazione ad alto impatto mediatico. Una strategia che, almeno inizialmente, ha consentito di intercettare il malcontento di molti cittadini nei confronti della politica tradizionale. Ma che oggi mostra tutti i suoi limiti.

Perché una cosa è denunciare fatti di interesse pubblico. Un’altra è trasformare ogni vicenda in un episodio di una serie televisiva permanente. The show must go on.

La registrazione del colloquio riservato con il dirigente generale Rino Berlingheri, dove si evincono i nomi del Presidente Schifani e dell’Assessore regionale Savarino, rappresenta forse il punto più emblematico di questa deriva. Non si tratta nemmeno più di discutere del contenuto della conversazione o delle eventuali responsabilità politiche che ne derivano. Il problema è il metodo inaccettabile.

Quando la politica si riduce alla ricerca dello scoop, quando il parlamentare assume il ruolo del provocatore professionista, quando il consenso viene inseguito attraverso la viralità piuttosto che attraverso la costruzione di soluzioni, il rischio è che il confine tra controllo democratico e protagonismo personale diventi impercettibile.

La Vardera sembra ormai aver fatto della spettacolarizzazione la propria cifra politica. Ogni scontro deve diventare pubblico. Ogni interlocuzione deve trasformarsi in un caso. Ogni polemica deve essere amplificata. Il risultato è una politica sempre più rumorosa e sempre meno utile.

Il paradosso è che chi si presenta come il nemico del sistema rischia di diventarne uno dei principali alimentatori. Perché il sistema non si combatte soltanto denunciando. Si combatte soprattutto costruendo alternative credibili, elaborando proposte, producendo risultati.

In Sicilia, invece, assistiamo a una continua gara tra chi urla più forte. Da una parte un centrodestra consumato da guerre interne, vendette trasversali e regolamenti di conti permanenti. Dall’altra un’opposizione incapace di costruire una visione alternativa e spesso ridotta ad inseguire l’ultima polemica del giorno.

In questo contesto La Vardera ha certamente trovato uno spiraglio politico. Ma uno spazio politico non coincide necessariamente con una funzione politica.

La domanda che i siciliani dovrebbero iniziare a porsi è semplice al netto delle conferenze stampa, delle dirette social, delle registrazioni diffuse ai media e delle polemiche quotidiane, quale cambiamento concreto è stato prodotto?

Perché il rischio è che la denuncia diventi fine a sé stessa. Che l’indignazione diventi una professione. Che la politica si trasformi definitivamente in un palcoscenico dove tutti recitano una parte e nessuno governa davvero. Ed è proprio questo il problema più grave.

Mentre i protagonisti del teatrino si contendono la scena, la Sicilia continua a fare i conti con infrastrutture carenti, servizi inefficienti, giovani che emigrano e territori che attendono risposte. La politica dovrebbe servire a risolvere problemi. Non a collezionare visualizzazioni, like e quant’altro. Se poi a questo si aggiunge che per convenienza elettorale si imbarcano anche quelli che formalmente si combattono, ma che alla prova verità …

E quando un rappresentante delle istituzioni sembra più interessato all’effetto mediatico che alla sostanza amministrativa, il rischio non è soltanto quello di svilire il proprio ruolo. È quello di alimentare ulteriormente la sfiducia dei cittadini verso tutte le istituzioni. Una sfiducia che oggi rappresenta la vera emergenza democratica della Sicilia.

Perché alla fine delle dirette, delle registrazioni, delle accuse e delle controaccuse, restano soltanto cittadini sempre più delusi e una politica sempre più distante dalla sua funzione più nobile, governare e migliorare la vita delle persone.