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Giammusso evita il cuore del problema, le ombre che assediano il Parco dell’Etna

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L’intervista rilasciata dal presidente del Parco dell’Etna, Massimiliano Giammusso, ha un pregio: conferma che il Parco vive una fase di difficoltà amministrativa. Ha però anche un grande limite: evita accuratamente di affrontare le questioni più gravi che negli ultimi mesi hanno investito l’ente e che non riguardano né i ticket turistici né la fruizione dei sentieri.

Mentre il presidente discute di autorizzazioni, Comitato Tecnico Scientifico, guide vulcanologiche e possibili ingressi a pagamento per le eruzioni, resta fuori dall’intervista il vero elefante nella stanza dei cristalli, il clima di tensione interna, le denunce pubbliche, i fascicoli aperti e le inchieste che, secondo quanto documentato, stanno impegnando gli organi investigativi.

Da mesi QTSicilia racconta una realtà ben diversa da quella emersa nell’intervista. Una realtà fatta di fornitori, professionisti, operatori economici e utenti che denunciano ostacoli burocratici, ritardi, disparità di trattamento e comportamenti che avrebbero trasformato il Parco in una macchina amministrativa percepita da molti come ostile anziché di supporto. QTSicilia ha parlato apertamente di una “burocrazia interna malata”, riferendo dell’esistenza di denunce e fascicoli aperti e raccogliendo testimonianze di soggetti che si ritengono vittime di un sistema amministrativo opaco.

Nell’intervista, invece, il presidente concentra l’attenzione sul blocco delle autorizzazioni dovuto all’assenza di alcune figure tecniche e sulla necessità di riorganizzare gli uffici. È un problema reale. Ma è solo una parte della storia. Perché la domanda che molti si pongono non è quanto tempo serva per ottenere un parere. La domanda è se dentro il Parco siano state rispettate sempre le regole della trasparenza, dell’imparzialità e della buona amministrazione.

Ancora più sorprendente appare il silenzio sulle vicende finite all’attenzione della magistratura. Lo stesso dibattito pubblico attorno al Parco dell’Etna è stato segnato negli ultimi mesi da notizie riguardanti indagini, esposti e accertamenti. La “sentinella” QTSicilia ha ricordato persino l’esistenza di un’inchiesta avviata dopo denunce relative a presunte ipotesi di estorsione atipica ai danni di un fornitore di servizi, fatti sui quali naturalmente spetterà soltanto alla magistratura accertare eventuali responsabilità.

E allora viene spontaneo chiedersi, perché il presidente sceglie di parlare di ticket turistici e non delle ombre che gravano sull’ente che guida? Perché non affrontare pubblicamente il tema delle denunce? Perché non rassicurare cittadini e operatori economici sulle verifiche in corso? Perché non spiegare quali iniziative siano state adottate per garantire che eventuali criticità denunciate non possano ripetersi?

Un presidente di un ente pubblico non deve commentare le indagini. Sarebbe anzi improprio entrare nel merito di attività investigative. Ma ha il dovere politico e istituzionale di affrontare il tema della fiducia. E la fiducia oggi non si recupera parlando soltanto di sentieri, maratone e flussi turistici.

Il Parco dell’Etna è uno dei patrimoni naturalistici più importanti d’Europa. Non può essere ridotto a una discussione sulle modalità di accesso alle eruzioni. Prima ancora dei ticket, servono trasparenza, credibilità e chiarezza amministrativa.

Perché il problema più grande del Parco, almeno per chi in questi anni ha raccolto testimonianze, documenti e segnalazioni, non sembra essere come fare entrare più turisti. Il problema è capire se chi lavora, investe o interagisce con l’ente possa sentirsi tutelato da un’amministrazione efficiente, imparziale e trasparente.

Finché questa domanda resterà senza risposta, ogni dibattito sui ticket rischierà di apparire come una discussione sul colore delle tende mentre nella casa si continua a ignorare gli scricchiolii provenienti dalle fondamenta.