C’è una fotografia che racconta Paternò più di mille statistiche.
Un motorino abbandonato, scaraventato lungo una scalinata settecentesca. Non un incidente. Non un guasto. Un gesto deliberato. Un monumento storico trasformato in una discarica, come se la bellezza fosse soltanto un ostacolo da violare e il patrimonio comune non appartenesse più a nessuno.
Quel motorino non è soltanto un rifiuto. È un messaggio. È il simbolo di una città nella quale una parte di giovani sembra aver smarrito il confine tra libertà e sopraffazione, tra divertimento e vandalismo, tra bravata e reato. E questo arriva dopo i troppi vandalismi rivolti anche ai molti autoveicoli danneggiati in centro città
Le baby gang non nascono dal nulla. Sono il prodotto di una crisi educativa che coinvolge famiglie, scuola, istituzioni e società civile. Ma sarebbe un errore altrettanto grave trasformare questa constatazione in un alibi. Comprendere non significa giustificare.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un progressivo abbassamento della soglia della tolleranza. Ogni episodio viene definito una “ragazzata”. Ogni aggressione è liquidata come un eccesso. Ogni atto vandalico viene minimizzato. Finché un giorno ci si accorge che quella normalità non è più normale.
Le immagini del motorino gettato sulle scale raccontano proprio questo: la perdita del rispetto per i luoghi, per la storia, per la comunità.
Ed è in questo contesto che si inseriscono le dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha annunciato un rafforzamento delle misure contenute nel Decreto Sicurezza dedicate ai minori che commettono reati, con l’obiettivo dichiarato di intervenire prima e con maggiore incisività nei confronti della criminalità giovanile. Nei confronti delle cosiddette babygang che devastano le città, un fenomeno divenuto inquietante e pericoloso.
C’è chi ritiene che servano pene più severe per interrompere sul nascere percorsi criminali che rischiano di consolidarsi. C’è chi, invece, teme che un approccio prevalentemente repressivo non sia sufficiente senza investimenti paralleli su educazione, recupero e prevenzione.
La verità, probabilmente, sta nel riconoscere che questi strumenti non sono alternativi. Uno Stato deve essere soprattutto capace di educare, ma anche di far rispettare le regole. Perché la certezza delle conseguenze rappresenta anch’essa un elemento educativo.
Così come è vero che nessuna legge, da sola, potrà mai sostituire il ruolo di una famiglia presente, di una scuola autorevole, di associazioni vive e di una comunità che non si abitui al degrado. Paternò oggi non può limitarsi a indignarsi davanti a una fotografia.
Deve chiedersi come sia stato possibile arrivare al punto in cui una scalinata settecentesca venga trattata come una discarica. Quel motorino non pesa soltanto qualche quintale di ferro e plastica. Pesa come un’accusa rivolta a tutti noi. Perché il degrado materiale arriva sempre dopo quello culturale. E quando una città perde il rispetto per la propria storia, rischia lentamente di perdere anche il rispetto per il proprio futuro. Educare al senso civico non è più un optional.