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PATERNÒ, IL FALLIMENTO HA UN NOME, L’INCAPACITÀ DI PROGETTARE E L’ARTE DI PERDERE I FINANZIAMENTI PRIMA ANCORA DI CHIEDERLI

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Sport e Periferie, nessun progetto per lo stadio Falcone-Borsellino, Non una sconfitta, ma il simbolo di una città non amministrata bene e senza visione. Chi controlla i controllori?

Ci sono notizie che raccontano molto più di un finanziamento mancato. Raccontano il livello di una classe dirigente, la qualità di un’amministrazione e, soprattutto, il destino che viene riservato a un’intera comunità.

L’esclusione di Paternò dal bando “Sport e Periferie” non è una sfortunata coincidenza. Non è una beffa del destino. Non è nemmeno il frutto di criteri troppo rigidi o di una graduatoria sfavorevole. È qualcosa di molto più grave.

Paternò non ha perso il bando. Paternò non è mai stata nelle condizioni di partecipare. Per lo stadio Falcone-Borsellino mancava persino il requisito essenziale,  un livello minimo di progettazione. Senza un progetto non si compete. Senza progettazione non si può chiedere un euro. Senza programmazione non si governa una città. Ed è qui che cade ogni possibile alibi.

Perché si può essere sconfitti da un concorrente migliore. Ma non ci si può presentare a una competizione senza nemmeno avere le scarpe ai piedi.

Da anni si assiste allo stesso copione. Quando esce un finanziamento, scatta la corsa alle dichiarazioni. Si cercano responsabilità esterne. Si punta il dito contro Roma, Palermo, i ministeri, le norme, i criteri di valutazione. Ma stavolta il problema è tutto dentro Palazzo di Città. Perché nessuno può finanziare un progetto che non esiste. Nessuna Regione può premiare un Comune che non ha fatto il proprio dovere. Nessuna commissione può valutare ciò che non è mai stato predisposto.

La progettazione è il cuore dell’amministrazione moderna. È il lavoro silenzioso che si svolge mesi, spesso anni, prima della pubblicazione di un bando. Richiede competenze, visione politica, capacità tecnica, organizzazione degli uffici. A Paternò, invece, sembra essersi affermata una cultura amministrativa opposta, quella dell’improvvisazione permanente. Si governa rincorrendo le emergenze. Si vive alla giornata. Si aspetta il bando per accorgersi che manca tutto ciò che sarebbe dovuto essere pronto da tempo.

La parte più amara della vicenda è che, mentre Paternò resta ferma, decine di Comuni italiani, molti dei quali più piccoli, con meno abitanti e con bilanci assai più modesti, intercettano milioni di euro. Realizzano nuovi impianti.Riqualificano gli stadi. Creano palestre. Investono nei giovani.

A Paternò, invece, si continua a discutere delle occasioni perdute come se fossero eventi inevitabili. Non lo sono. Le occasioni non si perdono quando esce un bando. Si perdono molto prima, quando un’amministrazione rinuncia a programmare.

Qualcuno potrebbe liquidare la questione come una semplice pratica amministrativa. Sarebbe un errore enorme. Dietro l’assenza di un progetto non c’è soltanto un fascicolo mancante. Ci sono ragazzi che continueranno ad allenarsi in strutture inadeguate. Ci sono associazioni sportive costrette a fare miracoli. Ci sono famiglie che vedono negati servizi migliori. Ci sono milioni di euro che prendono altre strade. Ogni progetto non presentato è un’opera che non nascerà mai. Ogni finanziamento mancato è un pezzo di futuro che viene sottratto alla città.

Una “governance” seria ha un dovere, assumersi le proprie responsabilità. Non nascondersi dietro comunicati di circostanza. Non cercare capri espiatori. Non trasformare ogni fallimento amministrativo in una polemica contro qualcun altro.

Perché quando un Comune non possiede neppure gli strumenti basilari per partecipare a un bando, la responsabilità è tutta interna. Ed è una responsabilità che non può essere diluita nel tempo né distribuita genericamente tra “gli uffici”, “la burocrazia” o “chi c’era prima”. Se vi sono state responsabilità di amministrazioni precedenti, spetta a chi governa oggi dimostrare di aver lavorato per colmare quei ritardi, e tagliare i tanti capi ufficio che si sono resi complici di un passato squallido e che non possiedono, tra l’altro nemmeno le minime competenze. Questa commissione straordinaria non può limitarsi a giustificare tutto e tutti quando ormai è troppo tardi, non occorre fare spot virtuali quando la città reale è peggio di prima.

Il caso dello stadio Falcone-Borsellino non è soltanto una vicenda sportiva. È il simbolo di un metodo di governo. Un metodo che rinuncia alla pianificazione. Che considera la progettazione un dettaglio invece che il presupposto dello sviluppo. Che preferisce, ancora oggi, la propaganda ai risultati. Che si accontenta di amministrare l’esistente invece di costruire il domani. E una città che smette di progettare smette lentamente di crescere.

I fatti, più delle dichiarazioni, emettono il loro verdetto. Se un Comune non riesce nemmeno a presentare un progetto per partecipare a un finanziamento pubblico, non siamo davanti a una semplice occasione sfumata. Siamo davanti al fallimento di un modo di amministrare. Perché oggi governare significa intercettare risorse, programmare investimenti, preparare progetti, costruire opportunità. Chi non sa fare questo non perde soltanto un bando, perde credibilità. E, soprattutto, fa perdere futuro alla propria comunità.

Paternò merita molto di più di una amministrazione straordinaria che di straordinario non ha dimostrato nulla e che arriva sempre dopo gli eventi. Merita amministratori capaci di immaginare il domani, di prepararlo con competenza e di trasformare i bandi in cantieri, non in occasioni mancate. Perché il vero scandalo non è essere stati esclusi da un finanziamento, è non essere stati nemmeno nelle condizioni di provarci.