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Galvagno, La Vardera e i convitati di pietra della politica siciliana

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C’è un passaggio che merita di essere evidenziato nel confronto politico esploso attorno alle dichiarazioni del presidente dell’ARS, Gaetano Galvagno, e alle accuse formulate da Ismaele La Vardera su La Sicilia di oggi.

Un passaggio semplice, quasi banale, ma decisivo, il nome di Antoci non lo tira fuori Galvagno. Lo tira fuori La Vardera. È un dettaglio che dettaglio non è. Perché nel momento in cui si introduce sulla scena politica un determinato nome, si apre inevitabilmente una riflessione più ampia sulle reti relazionali, sulle alleanze e sulle aree di influenza che negli ultimi vent’anni hanno attraversato la politica siciliana.

Galvagno, nella sua intervista, sceglie una linea diversa. Non indica registi, non cita protagonisti, non costruisce teoremi. Si limita ad una affermazione, quella che considera un’operazione politica, non finalizzata a colpire il movimento Controcorrente. È una posizione che può essere condivisa o contestata, ma che resta confinata sul terreno della lettura politica. Eppure, una volta che il dibattito viene spostato da altri su determinati nomi, diventa impossibile ignorare il contesto.

Noi che da anni osserviamo le dinamiche del potere siciliano e che spesso abbiamo svolto il ruolo di sentinelle critiche di un sistema che cambia volti, posizioni, ma raramente metodi, sappiamo bene che alcune filiere politiche sono riconoscibili. Non servono necessariamente dichiarazioni ufficiali per individuarle.

Dietro molte delle operazioni che si muovono nell’ombra della politica regionale riaffiorano spesso ambienti, relazioni e protagonisti che affondano le radici nella stagione del crocettismo. Una stagione che, pur formalmente conclusa, continua ancora oggi a cercare di proiettare la propria influenza attraverso uomini, reti e riferimenti politici.

Tra questi, il nome di Giuseppe Lumia rappresenta certamente uno dei punti di riferimento più evidenti di quell’area. È noto il rapporto politico e personale che nel tempo è stato attribuito tra Lumia e Antoci, europarlamentare del M5S, così come è nota la permanenza di un certo blocco relazionale che continua a manifestarsi in diversi passaggi della vita pubblica e imprenditoriale siciliana (capisci a me 1) .

Naturalmente, quando si entra nel terreno delle ricostruzioni politiche occorre distinguere sempre tra fatti accertati, valutazioni e indiscrezioni. È doveroso ricordarlo. Ma sarebbe altrettanto ingenuo fingere che in Sicilia le grandi operazioni politiche nascano per caso. Dietro ogni progetto, dietro ogni aggregazione, dietro ogni tentativo di costruire nuove leadership esistono interessi, sponsor, relazioni e convergenze, più o meno limpide.

Ed è proprio qui che emergono i convitati di pietra della vicenda. Da anni, nei corridoi della politica regionale, si rincorrono letture che attribuiscono a vecchi centri di potere la volontà di tornare protagonisti. Ambienti che hanno avuto un ruolo importante nella stagione del potere crocettiano e che continuano a essere indicati da molti osservatori come possibili “influencers” nelle dinamiche regionali.

Se Galvagno parla di un sistema controcorrente (usato come aggettivo) che reagisce e si difende, il tema politico non può essere liquidato come una semplice teoria vittimistica. La domanda da porsi è un’altra, chi trae vantaggio dall’indebolimento di una nuova classe dirigente regionale del centrodestra? Chi guadagna dal logoramento di figure che, piaccia o meno, rappresentano oggi una delle principali espressioni della Sicilia? Sono interrogativi legittimi che meritano risposte politiche, non slogan da iene.

Perché la vera questione non è Galvagno, né La Vardera, sarebbe riduttivo. La vera questione è se la Sicilia stia assistendo all’ennesimo tentativo di riposizionamento di vecchi gruppi di potere, politici e non, come Confindustria Sicilia che fu, con in testa il proprio presidente Montante (paladino anch’esso dell’antimafia finito poi per essere stato condannato per l’anti-antimafia), che cambiando linguaggio e simboli, cercano di tornare centrali nella gestione del potere delle dinamiche regionali. Come sarebbe interessante anche parlare di gestione dei rifiuti, spacciati per operazioni ambientalistiche (capisci a me 2). Ma questo aspetto lo approfondiremo in seguito.

Fino a quando questi interrogativi resteranno senza risposta, il dibattito continuerà a essere popolato da convitati di pietra che tutti vedono, ma che pochi hanno il coraggio di nominare apertamente.