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PATERNÒ, L’ACCOGLIENZA SENZA CONSENSO CHE DIVIDE LA CITTÀ

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C’è un passaggio del comunicato sottoscritto da alcune associazioni cittadine, Caritas del XII Vicariato Paternò-Ragalna, Ordine Francescano Secolare, APAS, ANPI di Paternò, Azienda Agricola Agorà Fattoria Sociale, Presidio Partecipativo del Patto di Fiume Simeto ETS e Voce, che merita particolare attenzione.

Da un lato si afferma che ogni percorso di integrazione non possa prescindere dal consenso e dalla partecipazione della comunità locale, dall’altro, però, si continua a ragionare come se il dissenso di una parte crescente della cittadinanza fosse soltanto il frutto di diffidenza, incomprensione o cattiva informazione. È proprio qui che emerge una delle principali contraddizioni di questo dibattito.

Da anni Paternò convive con una presenza sempre più consistente di immigrati stagionali, molti dei quali svolgono un lavoro per l’economia agricola del territorio. Ma accanto a questa realtà esiste un’altra realtà che non può essere ignorata o liquidata con superficialità, il disagio vissuto da tanti cittadini che assistono quotidianamente all’invasione degli extracomunitari, a fenomeni di degrado urbano, occupazioni improprie di spazi pubblici, problemi di sicurezza percepita e tensioni sociali che finiscono inevitabilmente per alimentare malcontento e preoccupazione.

Continuare a descrivere ogni critica come una forma di intolleranza significa non voler ascoltare una parte della città.

Le associazioni firmatarie individuano correttamente alcune responsabilità nella cattiva gestione del fenomeno migratorio. Tuttavia omettono una domanda fondamentale, chi ha consentito che la situazione arrivasse a questo punto? Chi ha tollerato per anni condizioni di irregolarità, abusivismo e mancato controllo del territorio? Chi ha preferito affrontare il problema solo quando è diventato impossibile nasconderlo?

Oggi si propone di realizzare nuovi moduli abitativi nell’area del Parco Primavera. Una proposta che inevitabilmente solleva interrogativi. È giusto continuare a destinare spazi e risorse pubbliche a fronte di una programmazione che per decenni è mancata? È giusto chiedere ai cittadini di accettare decisioni già confezionate senza prima avviare un confronto vero, trasparente e democratico?

Il punto non è negare la dignità delle persone. Nessuno può accettare condizioni di sfruttamento o di degrado umano. Ma la dignità deve valere per tutti, per i lavoratori stranieri come per i residenti che chiedono ordine, sicurezza, decoro urbano e rispetto delle regole.

L’impressione è che ancora una volta si voglia affrontare il problema in chiave solo ideologica, partendo dalle conseguenze e non dalle cause. Si parla di accoglienza ma poco di controlli. Si parla di inclusione ma poco di legalità. Si parla di diritti ma quasi mai di doveri.

Paternò non ha bisogno dche la moralità sia impartita dall’alto ovvero dai pseudo-buonisti. Ha bisogno di una strategia seria che metta al centro l’interesse generale della comunità. Una strategia che combatta realmente il caporalato, che pretenda il rispetto delle norme, che distingua chiaramente tra chi lavora regolarmente e chi vive nell’irregolarità, e che soprattutto restituisca ai cittadini la certezza di essere ascoltati.

Perché una verità dovrebbe essere evidente a tutti, nessun progetto di integrazione può funzionare se viene percepito come imposto da logiche particolari. E nessuna comunità può essere accusata di chiusura solo perché chiede che sicurezza, legalità e qualità della vita non vengano sacrificate sull’altare del buonismo sterile.