C’era una volta il campo largo. O almeno così raccontavano. Oggi assomiglia più a un parcheggio vuoto, dove ogni aspirante leader ha occupato il proprio stallo e si rifiuta di spostare l’auto.
In questo scenario spicca la figura di Ismaele La Vardera, che da qualche tempo sembra aver assunto un ruolo preciso, non quello di federatore delle opposizioni, ma di rottamatore del campo largo. Una sorta di demolitore controllato che, mentre indica le crepe del centrodestra, non perde occasione per assestare qualche colpo di mazza alle fondamenta della propria improbabile area politica.
La scena è quasi surreale. Si parla di unità e contemporaneamente si annunciano candidature non negoziabili. Si invocano alleanze e nello stesso istante si distribuiscono pagelle, insufficienze e richieste di sfratto politico agli alleati. Si predica il cambiamento, ma con una premessa molto chiara, il cambiamento deve avere un nome e un cognome già prestabiliti.
Le primarie? Utili quando confermano ciò che si è già deciso. Il confronto? Interessante purché non modifichi gli equilibri. La coalizione? Benvenuta, a condizione che si limiti a ratificare decisioni prese altrove.
Così il principale bersaglio finisce per diventare il Partito Democratico, trattato come quel parente invitato a pranzo che scopre di dover pagare il conto, lavare i piatti e chiedere pure scusa per il menù. Da potenziale perno di una coalizione a bersaglio mobile di ogni malumore, corrente o ambizione che attraversa il centrosinistra siciliano. Per non parlare poi di Anthony Barbagallo.
Il paradosso è evidente. Mentre si denunciano le divisioni del centrodestra come una grande opportunità politica, si lavora con sorprendente determinazione per certificare quelle del centrosinistra. Una sorta di miracolo politico al contrario, trasformare una possibile coalizione in un torneo di ego concorrenti.
Eppure La Vardera sembra convinto che la forza del consenso personale possa sostituire la fatica della costruzione politica. Un approccio che può funzionare nelle interviste, nei sondaggi e nei post social, ma che storicamente incontra qualche difficoltà quando arriva il momento di mettere insieme eserciti invece di collezionare generali.
Nel frattempo il campo largo continua a restringersi nel sentiment popolare. Non per colpa degli avversari, ma per effetto di una lotta interna dove ciascuno appare impegnato a dimostrare di essere l’unico indispensabile. E quando tutti sono indispensabili, di solito nessuno riesce a diventare davvero decisivo.
Forse siamo davanti a una sofisticata strategia al negativo? Forse è il classico gioco del rilancio, dove si alza continuamente la posta per ottenere condizioni migliori. Oppure siamo davanti a qualcosa di più semplice, la trasformazione del campo largo in un gigantesco casting, nel quale i protagonisti litigano per il ruolo principale prima ancora che sia stato scritto il copione.
Una cosa però è certa. Se il centrodestra dovesse davvero essere una “prateria”, come qualcuno sostiene, il rischio è che le opposizioni arrivino all’appuntamento elettorale dopo aver trascorso mesi non a coltivarla, ma a incendiarla.
E in quel caso Ismaele La Vardera passerà alla storia non come l’uomo che ha unito il fronte alternativo, ma come il più efficace rottamatore del campo largo prima ancora che il cantiere fosse completato.