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PATERNÒ: LA DEMOCRAZIA SECONDO IL CAMPOLARGO: FINCHÉ SI APPLAUDE, TUTTO BENE

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C’è un vecchio principio che distingue la politica dalla tifoseria becera la capacità di accettare le critiche. Un principio semplice, quasi banale, ma che a quanto pare continua a sfuggire a qualche protagonista (E.F.) del cosiddetto “Campo Largo” locale.

L’ultimo episodio è raccontato pubblicamente da Giuseppe Panassidi, che dopo avere espresso alcune osservazioni politiche su iniziative dell’area progressista si è ritrovato destinatario di messaggi privati dai toni tutt’altro che concilianti. Non una replica nel merito, non un confronto sulle idee, ma insulti e aggressività verbale. Un copione che, a leggere il suo intervento, sembra confermare una tendenza ormai evidente.

Eppure non stiamo parlando di un avversario politico storico della sinistra cittadina. Panassidi rivendica la propria appartenenza al Movimento 5 Stelle da oltre dieci anni e spiega di avere sempre esercitato il diritto di critica anche all’interno del proprio mondo politico. Nulla di rivoluzionario, semplicemente democrazia.

Il problema è che negli ultimi questo protagonista dell’area progressista, che partecipa ai loro tavoli decisionali, al secolo E.F., sembra avere smarrito proprio quel concetto che pubblicamente dichiara di voler difendere. Prima le tensioni emerse durante una riunione del campo largo, culminate, secondo diversi racconti, in un confronto particolarmente acceso, quasi fisico. Poi gli attacchi social, anche a noi, a seguito di una anticipazione giornalistica che sarà approfondita nei prossimi giorni dalla stampa locale dal titolo “Paternò, la politica quantistica e il mistero della partecipazione che scompare”, con l’accusa al Panassidi di avere ispirato l’articolo. Infine gli insulti, pesantissimi e volgari, rivolti a chi ha osato esprimere un’opinione diversa.

Una collezione di episodi che pone una domanda politica prima ancora che personale, quanto è solido un progetto che parla continuamente di partecipazione, confronto e inclusione se poi reagisce alle critiche come il più suscettibile dei comitati elettorali?

La riflessione proposta da Panassidi merita attenzione perché va oltre il singolo episodio. La questione non è chi abbia ragione o torto su un’iniziativa culturale, un post social o una strategia comunicativa. La questione è come si reagisce quando qualcuno dissente.

Perché organizzare dibattiti, presentazioni, bookcrossing e incontri pubblici è certamente utile. Ma la cultura democratica non si misura quando tutti sono d’accordo. Si misura quando arriva una critica. È in quel momento che si vede la differenza tra chi considera il confronto una risorsa e chi lo vive come un’onta personale.

I cittadini osservano. E forse dovrebbero osservare proprio questo, non i manifesti, non gli slogan, non le dichiarazioni di principio, ma il comportamento concreto delle persone quando qualcuno osa dire “non sono d’accordo” e quando la critica diventa satira.

È lì che cadono le maschere. Ed è lì che si misura la qualità di una futura classe dirigente che si ostina a tenersi dentro soggetti simili. Se il tuo cane mi morde la colpa è sempre del padrone. Così questo Campolargo non può essere più credibile.

Ecco l’audio di E.F. e il post integrale di Giuseppe Panassidi:

«Negli ultimi giorni ho espresso alcune critiche nei confronti di eventi organizzati dall’area progressista locale.

Critiche politiche, pubbliche, argomentate e rivolte a iniziative e modalità comunicative.
Premetto che, a livello nazionale, sono iscritto al Movimento 5 Stelle da oltre dieci anni.
All’interno di quel mondo ci sono persone che stimo e con cui condivido valori, battaglie e obiettivi.
Chi mi conosce sa bene che non ho mai rinunciato a esprimere osservazioni critiche nei confronti di alcune forze politiche e persino del gruppo territoriale locale 5S quando ho ritenuto che alcune scelte, iniziative o modalità di comunicazione fossero distanti dal mio modo di intendere la politica e, soprattutto, dal modo in cui una forza politica dovrebbe rapportarsi con la città.
La critica non è un tradimento, è uno strumento di crescita democratica.
A seguito di queste osservazioni ho ricevuto diversi messaggi privati da parte di vari soggetti.
Alcuni di questi contenevano insulti personali, accompagnati da un linguaggio piuttosto colorito.
Riporto una parte di uno di questi messaggi (alterando la voce del mittente per mantenerlo anonimo), messaggio a cui non intendo rispondere con lo stesso linguaggio, perché credo che il punto non sia il singolo insulto ricevuto, ma ciò che esso rivela.
Perché scrivo questo post?
Perché ritengo che i cittadini abbiano il diritto di sapere chi hanno davanti.
Troppo spesso la politica si presenta attraverso slogan, iniziative culturali, richiami alla partecipazione, alla tolleranza e al confronto, poi però basta una critica, anche legittima, per vedere emergere atteggiamenti ben diversi.
Chi non accetta il dissenso, chi reagisce agli argomenti con gli insulti, chi considera nemico chiunque esprima un’opinione diversa, dimostra di non avere compreso fino in fondo il significato della partecipazione democratica.
Invito tutti a prestare attenzione non soltanto ai simboli, alle bandiere, ai partiti.
Guardate soprattutto le persone, fate caso a come si comportano quando vengono criticate, a come trattano chi non la pensa come loro, guardate il loro spessore umano prima ancora di quello politico.
Perché si può organizzare un bookcrossing, un dibattito pubblico o qualsiasi altra iniziativa culturale, ma se manca il rispetto per il confronto, per le idee altrui e per il dissenso, allora manca l’elemento più importante di tutti: la cultura democratica.
La vera sfida non è scegliere un partito, è scegliere una classe dirigente capace di confrontarsi civilmente con la città, anche quando riceve critiche.
Perché tra ciò che una persona racconta in pubblico e ciò che dimostra nei fatti può esserci una differenza enorme, spesso distinguere la maschera dal volto reale è forse l’esercizio più difficile, ma anche il più necessario, per chiunque voglia scegliere consapevolmente chi lo rappresenta».