C’è poco da girarci attorno. A Paternò esiste un problema che una parte della politica (sinistra) continua ostinatamente a non vedere, o forse a vedere soltanto quando diventa impossibile ignorarlo.
Per anni ci hanno spiegato che ogni perplessità sull’immigrazione fosse figlia di pregiudizi, che ogni richiesta di maggiore controllo del territorio nascondesse oscure pulsioni xenofobe e che l’accoglienza dovesse essere considerata una sorta di sacramento civile, immune da qualsiasi critica. Peccato, per loro, che nel frattempo ci siano i cittadini, quelli che le strade le percorrono davvero, che raccontano una realtà ben diversa. Il disagio e la paura.
Nelle piazze del centro storico, soprattutto nelle ore serali, il fenomeno degli assembramenti è diventato parte integrante di un paesaggio urbano stravolto. Tra gruppi numerosi di migranti, bottiglie che continuano a circolare nonostante i divieti per gli alcolici e attività commerciali islamici che hanno progressivamente invaso e cambiato il volto di intere zone della città, molti paternesi confessano una sensazione che ormai non nascondono più, quella di sentirsi stranieri a casa propria.
Sarà una percezione? Forse. Ma la politica dovrebbe imparare che le percezioni, quando diventano diffuse, producono effetti concreti. Producono paura, diffidenza, disaffezione e soprattutto rabbia verso istituzioni considerate lontane dai problemi quotidiani.
E mentre il disagio cresce, ecco arrivare la proposta che ha fatto sobbalzare una parte consistente dell’opinione pubblica, trasformare l’ex Albergo Sicilia in una struttura destinata ad ospitare migranti. Alcuni esponenti della sinistra storica, ormai fuori tempo, ha supportato la proposta di tale associazione Penelope, anch’essa venuta da fuori, anch’essa migrata a Paternò.
Un’idea talmente geniale da essere stata rapidamente ritirata dopo la valanga di reazioni negative registrate in città, ma che i cittadini che hanno memoria lunga ricorderanno dentro le urne a difesa della normalità della città.
A promuovere tale proposta era stata quella che, con affettuosa ironia, abbiamo ribattezzato la “Santissima Trinità” della politica locale, evidentemente convinta che Paternò fosse pronta a diventare il laboratorio sperimentale di modelli di accoglienza che altrove hanno già fallito da anni.
Il risultato, però, è stato l’esatto opposto di quello da loro sperato. Invece di raccogliere consensi, la proposta ha finito per accendere ulteriormente il dibattito e mettere in evidenza una frattura che esiste e che sarebbe irresponsabile negare tra questa politica sinistra, il sentimento popolare e la presa di posizione della società civile e delle associazioni cittadine.
Perché il punto non è essere favorevoli o contrari all’immigrazione. Il punto è capire quale sia il limite oltre il quale una comunità percepisce di non essere più governata bene, ma semplicemente costretta a subire decisioni inopportune.
E forse è proprio questo il nodo della questione. Mentre i cittadini chiedono più sicurezza, più controlli e una gestione equilibrata dei flussi migratori, c’è ancora chi continua a proporre ricette ideologiche come se il problema fosse soltanto convincere la popolazione che ciò che vede ogni giorno in realtà non esiste.