Viviamo in una modernità liquida che, paradossalmente, si è irrigidita nelle dinamiche polarizzanti del web e del dibattito pubblico. Se non sei con me, sei contro di me; se accetti un invito in un territorio considerato “nemico”, hai tradito la causa. Questa è la vera deriva totalitaria dei nostri giorni, la semplificazione autoritaria del pensiero, un meccanismo che arruola le parole come soldati e pretende che ogni opinione sia vidimata da un’approvazione preventiva.
Ma, come si sottolinea qui, la libertà di espressione comincia dove finisce l’approvazione.
Il potere contemporaneo ha smesso di usare la censura vecchio stile. Non dice più “questo è vietato”, ma preferisce l’arma più sottile dell’ostracismo sociale, travestita da responsabilità morale, “Non è opportuno”, “Non dare legittimità”, “Non contaminarti”.
L’uso della parola contaminazione applicato al pensiero è il sintomo di una patologia culturale. Curare le idee come se fossero virus da cui proteggersi significa considerare la diversità come una malattia. La ricerca ossessiva della “purezza”, sia essa politica, ideologica o identitaria, è storicamente l’anticamera del fanatismo. I “puri”, convinti di possedere la verità assoluta, sono sempre i primi ad accendere i roghi, bruciando prima i dialoghi e poi, inevitabilmente, le persone.
La democrazia non è un recinto.
Una democrazia sana non è un coro all’unisono, né un condominio di stanze separate dove ognuno parla solo ai propri simili. La democrazia è lo spazio in cui si coesiste senza il bisogno di cancellarsi a vicenda. Se un’idea è forte, non deve temere il confronto; se una verità è viva, non ha bisogno del silenzio dell’altro per sopravvivere.
Il potere moderno cerca invece di stabilire il “perimetro del dicibile”, definendo cosa sia corretto pensare e cosa no. Ogni volta che accettiamo passivamente questi confini per quieto vivere, per prudenza o per paura del giudizio della nostra stessa “tribù”, cediamo un pezzo della nostra libertà. E le libertà non svaniscono mai in un colpo solo: muoiono un silenzio alla volta.
Il dovere della verità e il ruolo della stampa
La libertà di parola non è un passaporto per l’insulto gratuito o per “vomitare” qualsiasi cosa passi per la testa. È qualcosa di molto più serio e gravoso, è il diritto e il dovere di dire ciò che si ritiene vero, accettandone le conseguenze.
In questo scenario, la libertà di stampa non è un lusso per gli addetti ai lavori, ma il sistema nervoso della democrazia. Il suo compito non è quello di essere l’autobiografia del potere o di compiacere il proprio pubblico, ma di andare a bussare dove le porte sono chiuse, senza fare sconti a nessuno, né ai governi, né agli algoritmi, né soprattutto alle “cause giuste” che si ritengono esonerate dal dubbio. Perché niente è più pericoloso di una buona causa che si crede infallibile.