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IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI, PATERNÒ NON È RES NULLIUS

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C’è un limite oltre il quale il dibattito pubblico smette di essere confronto e diventa insulto collettivo. La dichiarazione diffusa dall’associazione Penelope sull’ex Albergo Sicilia supera quel limite. Non perché sostenga un progetto di accoglienza, sul quale ciascuno è libero di esprimere le proprie opinioni, ma perché descrive un’intera comunità come complice di sfruttamento, ipocrisia e perfino . Parole gravissime. Parole che trasformano migliaia di cittadini onesti in una indistinta tribù. Uno degli attacchi più violenti mai rivolti ad una comunità. Non si limita a sostenere un progetto sull’ex Albergo Sicilia, mette sul banco degli imputati un’intera città, dipingendola come una comunità ipocrita, connivente, attraversata da “clan di nativi” e addirittura corresponsabile di presunti “delitti contro l’umanità”. Come fossero un corpo sociale moralmente inferiore da rieducare e il termine clan viene posto come offesa ulteriore, come a sottolineare che lo scioglimento per mafia della città comprenda tutto e tutti. “Totem, tabù, tribù” sono termini, che inseriti ad arte, valorizzano ancora la tesi del disprezzo che questi hanno inteso manifestare. Ricordatelo.

Paternò può discutere serenamente del destino dell’ex Albergo Sicilia. Può decidere se quella struttura debba diventare un albergo sociale, un centro culturale, uno spazio pubblico o qualunque altra cosa. Ma nessuno ha il diritto di pretendere di impartire lezioni morali, in special modo arrivando da fuori, bollando un’intera comunità come connivente e razzista. Ma questo attacco violento cosa celerebbe? I malpensanti pensano si tratti di affari (?).

La storia infatti ci insegna che l’accoglienza è anche altro. È un valore quando è trasparente, programmata e condivisa. Ma proprio in Italia abbiamo conosciuto pagine oscure nella gestione dell’immigrazione (oltre il caso Riace). Lo scandalo del CARA di Mineo e l’inchiesta su Mafia Capitale hanno dimostrato che attorno all’accoglienza possono svilupparsi enormi interessi economici e criminali. Tutti condannati. Non significa, però, che ogni progetto sociale nasconda interessi illeciti, ma significa che ogni progetto deve essere accompagnato dalla massima trasparenza, dal controllo pubblico e dal coinvolgimento della comunità e dalla sua accettazione.

Paternò non ha bisogno di commissari morali. Non ha bisogno di predicatori esogeni. Non ha bisogno di essere descritta come una comunità incivile da chi arriva dall’esterno. Ha bisogno di rispetto e il diritto di cosa fare a casa propria. Non cresce se viene etichettata. Non cresce se viene accusata in blocco. Le idee si discutono. I progetti si valutano. Le città non si processano quando si esprimono in maniera chiara a nome della associazioni e della società civile che si è espressa compiutamente anche tramite il sit-in organizzato l’altra settimana.

Ma qui siamo in presenza di un’arroganza che supera ogni limite. È l’arroganza di chi arriva da fuori, pretende di spiegare ai paternesi chi sono, come vivono, cosa pensano e, soprattutto, come dovrebbero amministrare la propria città. Dopo i candidati a sindaco “importati”, adesso è il turno dei maestri di morale. Qui si sfiora il delirio ideologico. Delirio appoggiato da alcuni “sinistrati” locali che tirano la volata a all’associazione Penelope sui social.

Ma oltre le parole che offendono migliaia di cittadini perbene, ci sgomenta il silenzio complice, ignavo, assordante, di chi pretende di essere soggetto politico e che vorrebbe governare Paternò, ma rimane in silenzio non ergendosi a difesa della propria comunità. Vergogna!