C’era una volta il Campo Largo. Un progetto politico che avrebbe dovuto unire la sinistra siciliana, mettere insieme culture diverse, costruire un’alternativa di governo credibile. Sulla carta sembrava una coalizione. Nella pratica ricorda più una partita di calcetto tra amici: tutti chiedono il pallone, nessuno vuole fare il portiere e alla fine ognuno torna a casa convinto di aver giocato meglio degli altri.
L’immagine più emblematica non arriva da un documento politico, ma da un aeroporto. Mentre undici sigle si riuniscono attorno a un tavolo per discutere strategie, programmi e candidature, il protagonista della giornata, Ismaele La Vardera per non fare nomi, decide che il tavolo è sopravvalutato. Meglio una diretta social, qualche telecamera, un paio di slogan e la rassicurante certezza che il vero congresso, ormai, si fa con uno smartphone in mano, magari annunciando di aver “rubato agli alleati” due, per adesso, deputati regionali.
Così, mentre dentro si discute di unità, fuori qualcuno cambia direttamente la geografia parlamentare. Due deputati fanno le valigie, salutano il Movimento 5 Stelle e traslocano altrove. Altro che Campo Largo, sembra il mercato di riparazione di gennaio, con i cartellini che passano di mano mentre gli allenatori stanno ancora decidendo la formazione.
È la politica versione influencer, se non sei in streaming, praticamente non esisti. La scena è irresistibile. Da una parte c’è chi scrive comunicati sulla compattezza della coalizione. Dall’altra c’è chi, nello stesso momento, svuota gli armadietti degli alleati e si porta via pure le stampelle.
Il bello è che nessuno sembra scandalizzarsi davvero. È la Sicilia politica, dove la sorpresa dura meno di un aggiornamento sui social. Oggi sei alleato, domani concorrente, dopodomani di nuovo compagno di viaggio. Basta cambiare hashtag.
Nel frattempo il Partito Democratico prova a fare il mediatore. Cerca il candidato unitario, parla di primarie sì, primarie no, primarie forse. Un esercizio zen più che politico. I Cinque Stelle, nel frattempo, fanno la conta dei superstiti, mentre gli altri partiti distribuiscono dichiarazioni sull’importanza dell’ascolto dei territori. Ascolto che, evidentemente, non comprende quello che accade due stanze più in là.
L’impressione è quella di un’orchestra che continua a suonare mentre il teatro prende fuoco. Eppure tutti insistono nel raccontare che va tutto bene. “Il confronto è positivo.” “Il dialogo continua.” “L’unità è un valore.”
Frasi che, tradotte dal politichese all’italiano, significano spesso, speriamo che nessuno apra un’altra diretta Facebook.
Il paradosso è che il Campo Largo rischia di essere l’unico campo dove i giocatori segnano tutti nella propria porta, rivendicando pure l’assist. In Sicilia la politica riesce sempre a reinventarsi. C’è chi costruisce coalizioni e chi costruisce gruppi parlamentari. Chi organizza vertici e chi organizza blitz. Chi parla di squadra e chi preferisce il ruolo del battitore libero.
Alla fine resta una domanda semplice. Se questo è il clima prima ancora di scegliere il candidato presidente, cosa succederà quando arriverà il momento di spartire candidature, assessorati e collegi? Forse converrebbe cambiare direttamente il nome, come qualcuno suggerisce da tempo. Non più Campo Largo, ma Campo Minato, verso il Campo Santo, almeno si evitano inutili illusioni.