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LA CITTÀ È DI TUTTI. MA QUALCUNO IN SICILIA SEMBRA AVERLO DIMENTICATO

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C’è una frase che dovrebbe essere scritta all’ingresso di ogni comune, ciò che ha valore non sempre ha un prezzo e fornire tale riflessione a tutti i candidati sindaci, anche quelli esogeni, ai quali vorremmo regalare un libro che li educhi.

Questa epigrafe, infatti, è il cuore della riflessione di Elena Granata nel suo libro La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo. Un messaggio che sembra scritto guardando molte città siciliane, dove il vero problema non è soltanto costruire qualcosa di nuovo, ma capire cosa abbiamo smesso di vedere. Perché una città muore molto prima del crollo di un edificio. Muore quando i cittadini smettono di riconoscersi nei suoi luoghi. Muore quando una piazza diventa soltanto un parcheggio. Quando un centro storico diventa una strada da attraversare velocemente per la paura di essere aggrediti. Quando un bene pubblico viene considerato un peso amministrativo invece che una possibilità.

La Sicilia è piena di tesori silenziosi, palazzi storici chiusi, spazi pubblici dimenticati, vecchie strutture senza una destinazione, luoghi della memoria che aspettano non soltanto finanziamenti, ma soprattutto idee. Paternò ne è un esempio evidente.

Una città con una storia millenaria, dominata da un’Acropoli che racconta secoli di civiltà, con il Castello normanno, le Salinelle, il patrimonio archeologico, il Simeto, tradizioni popolari e culturali capaci di costruire identità.,Eppure per troppo tempo il dibattito pubblico si è fermato a una domanda povera: “quanto costa?”

La domanda giusta dovrebbe essere un’altra: quanto perdiamo quando non valorizziamo ciò che abbiamo? Quanto costa davvero un giovane che lascia la propria città perché non trova luoghi dove esprimersi? Quanto costa un centro storico senza vita? Quanto costa una comunità che perde il senso di appartenenza?

Il valore di una città non sta solo nei bilanci, nelle concessioni, nelle delibere o nelle opere inaugurate con una fascia tricolore davanti a una telecamera. Il valore sta nella capacità di creare relazioni.

Una biblioteca piena di ragazzi vale.  Un parco curato vale. Un percorso naturalistico restituito ai cittadini vale. Anche se nessuno compra un biglietto. Una piazza vissuta e non assediata da soggetti che alimentano situazioni di insicurezza negli spazi pubblici, vale. Una città aperta non può essere una città senza regole. L’accoglienza non può trasformarsi in abbandono, né la solidarietà può significare lasciare intere aree urbane ostaggio del degrado.

Non tutto quello che produce ricchezza passa da un registratore di cassa. Forse la grande sfida delle città  è proprio questa, uscire dalla logica dell’emergenza e ritrovare una visione.

La politica locale per anni ha spesso discusso di chi dovesse amministrare i luoghi, molto meno di come restituirli davvero alle persone e non invece a singoli soggetti che ne fanno uso improprio e che contrabbandano progetti virtuali e autoreferenziali non consentendo ad altri di beneficiarne, chiudendo le porte a chiave.

Ma una città non appartiene a chi governa temporaneamente un palazzo comunale, né ad associazioni che si appropriano dei beni comuni per uso proprio.

Appartiene ai bambini che giocano, agli anziani che si incontrano, ai giovani che cercano futuro, alle associazioni aperte che costruiscono comunità, ai cittadini che ogni giorno continuano a credere che partire non debba essere l’unica scelta possibile.

La rigenerazione più importante non è quella delle pietre. È quella del senso civico. Perché un luogo abbandonato o chiuso può essere recuperato. Una comunità che smette di credere in sé stessa, invece, è molto più difficile da ricostruire. La città è di tutti. Ma bisogna tornare a comportarsi come se fosse davvero così.

E allora la domanda finale è inevitabile, la città è davvero di tutti o soltanto di chi riesce a metterci sopra una bandierina?

Perché il rischio non è soltanto l’abbandono. Esiste anche un’altra forma, più silenziosa, di sottrazione degli spazi comuni, quella che trasforma ciò che appartiene alla collettività in territori riservati a pochi.

Una città non può permettersi luoghi simbolo chiusi dentro recinti invisibili, gestiti come proprietà private, trasformati in strumenti di visibilità personale o piccole rendite di posizione.

Le associazioni sono una ricchezza quando aprono porte, costruiscono partecipazione, creano cultura e restituiscono valore alla comunità. Diventano invece un problema quando dimenticano la loro missione originaria e finiscono per comportarsi come custodi esclusivi di ciò che dovrebbe rimanere patrimonio di tutti.

Paternò deve avere il coraggio di affrontare anche questo tema, ogni bene pubblico affidato deve produrre beneficio pubblico e non affari privati.

Abbiamo scritto dell’Acropoli, del Castello, delle Salinelle, dell’ex Macello, degli spazi culturali, dei luoghi della memoria e dell’identità cittadina, che questi non possono essere solo medaglie da esibire solo per un vernissage “ad usum sui”, ma sono da condividere.

Servono regole chiare, verifiche, trasparenza sugli affidamenti, risultati misurabili. Perché il volontariato vero non teme la luce, non teme il confronto, non teme la partecipazione degli altri. La città non appartiene né alla politica di turno né a chi pensa di aver conquistato un pezzo di territorio. Appartiene ai cittadini. Questo il compito non troppo difficile che affidiamo alla Commissione Straordinaria che governa a Paternò al di fuori dalla politica politicante, liberare la città da ogni remora del passato.

E chiunque riceva il privilegio di gestire un bene comune dovrebbe ricordare una cosa semplice: non gli è stato consegnato un possesso, gli è stata affidata una responsabilità. Perché ciò che ha valore non ha prezzo. Ma proprio per questo nessuno ha il diritto di appropriarsene.