
C’è una differenza enorme tra una “ragazzata” e una deriva. La ragazzata appartiene all’età dell’incoscienza, dell’errore, magari della bravata da correggere. La deriva invece nasce quando un gruppo di adolescenti trasforma la noia in prepotenza, il tempo libero in vandalismo, la strada in un palcoscenico dove dimostrare di esistere colpendo chi è più fragile.
La notizia della baby gang che, nel cuore di Paternò, avrebbe seminato paura tra anziani, residenti e automobilisti, con sputi, lanci di pietre, danneggiamenti alle auto e atteggiamenti intimidatori, non è soltanto un fatto di cronaca. È un campanello d’allarme molto più profondo.
Perché una città non si misura solo dai cantieri aperti, dalle opere pubbliche o dai finanziamenti ottenuti. Una comunità si misura soprattutto dalla capacità di educare i propri giovani, di presidiare i luoghi pubblici, di impedire che una piazza diventi terra di nessuno.
La zona tra piazza della Regione, via Vittorio Emanuele, piazza San Giovanni e piazza Nassiriya non è periferia dimenticata, è il centro della città. È il luogo della passeggiata, degli anziani seduti sulle panchine, della memoria collettiva. E se persino lì qualcuno pensa di poter insultare, spaventare o danneggiare senza conseguenze, allora il problema non riguarda soltanto i sei ragazzi. Riguarda tutti.
Riguarda famiglie che troppo spesso scoprono troppo tardi il disagio dei figli.
Riguarda una società che ha sostituito il controllo educativo con l’indifferenza.
Riguarda una città dove negli ultimi anni il senso di appartenenza sembra essersi indebolito, lasciando spazio a una pericolosa convinzione, ciò che è pubblico non appartiene a nessuno.
E invece è esattamente il contrario. Una panchina è di tutti. Una piazza è di tutti. Una macchina parcheggiata rappresenta il sacrificio di qualcuno. La tranquillità di un anziano vale quanto il divertimento di un ragazzo.
Naturalmente servono più controlli, più presenza, più attenzione. Le forze dell’ordine fanno la loro parte (?), spesso con risorse limitate e su territori complessi. Ma pensare che una pattuglia possa sostituire una famiglia, una scuola, una comunità educante sarebbe l’ennesima illusione.
La sicurezza non nasce soltanto dalle telecamere. Nasce anche da un ragazzo che sa distinguere uno scherzo da una violenza. Da un adulto che interviene invece di girarsi dall’altra parte. Da una comunità che smette di normalizzare il degrado.
Paternò negli ultimi anni ha discusso molto di politica, amministrazione, responsabilità, commissariamenti antimafia, futuro. Ma forse la vera ricostruzione parte da qualcosa di più semplice e più difficile allo stesso tempo, ricostruire il rispetto. Perché il contrario della paura non è soltanto la sicurezza. È una città che torna a riconoscersi come normale, come comunità.
E una comunità vera non lascia né i suoi anziani nella paura, né i suoi ragazzi crescere nel vuoto, avendo esempi non edificanti.