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City Lab: Oltre le bandiere, la sfida lanciata da Giuseppe Panassidi

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C’è una domanda che da decenni accompagna la politica, spesso più come una sentenza che come un vero confronto: “Sei di destra o di sinistra?”. Una domanda semplice soltanto in apparenza, perché dentro quella distinzione si sono costruite storie, culture, battaglie e identità. Ma cosa accade quando le appartenenze smettono di essere strumenti per realizzare idee e diventano scudi per proteggere persone, interessi e sistemi di potere?

È esattamente su questo terreno che Giuseppe Panassidi decide di portare il confronto con un intervento che va oltre la normale dichiarazione politica e diventa una riflessione sul modo stesso di intendere l’impegno pubblico. Panassidi non fugge dalle categorie tradizionali. Non cerca la comoda scorciatoia del “né di destra né di sinistra”. Al contrario, rivendica apertamente una cultura riconducibile alla tradizione della sinistra, attenzione agli ultimi, riduzione delle disuguaglianze, solidarietà sociale, centralità della persona, uguaglianza delle opportunità.

Ma quella dichiarazione è solo il punto di partenza. Perché il vero nodo arriva subito dopo, appartenere a una storia politica non può significare concedere un’assoluzione preventiva a chi indossa gli stessi colori. La coerenza, sostiene Panassidi, non si misura dalla capacità di difendere sempre la propria parte, ma dal coraggio di applicare gli stessi principi anche quando diventa scomodo.

Ed è qui che il ragionamento cambia prospettiva. Il problema non è più semplicemente destra contro sinistra. Il problema diventa il metodo con cui il potere viene conquistato, conservato e distribuito. Panassidi lo chiama “sistema”, una rete fatta di clientele, appartenenze, fedeltà personali, incarichi assegnati per vicinanza, silenzi convenienti e rapporti costruiti più sull’utilità reciproca che sull’interesse collettivo.

Un meccanismo antico, che nella storia italiana ha spesso dimostrato una straordinaria capacità di sopravvivenza: cambiano i simboli, cambiano le maggioranze, cambiano gli slogan elettorali, ma certe logiche riescono a restare in piedi adattandosi ai nuovi equilibri. È questa la vera provocazione politica. Perché il sistema, nella lettura di Panassidi, non ha necessariamente un colore. Può abitare ovunque, nelle amministrazioni locali, nei partiti, nelle associazioni, nei gruppi dirigenti, nei luoghi dove il consenso viene costruito non sulla qualità delle idee, ma sulla gestione delle relazioni.

Una riflessione che tocca un nervo scoperto della politica contemporanea. Per troppo tempo la fedeltà al gruppo è stata spesso confusa con la lealtà ai valori. La critica interna vista come tradimento. Il silenzio presentato come senso di responsabilità. La convenienza travestita da prudenza politica. Ma una comunità cresce quando è capace di guardare prima ai comportamenti oltre le bandiere.

Il concetto centrale diventa allora quello dell’onestà intellettuale, se una scelta è sbagliata quando la compie un avversario, deve essere giudicata sbagliata anche quando riguarda un amico, un alleato, qualcuno della propria area. Diversamente i principi smettono di essere principi e diventano semplicemente strumenti da utilizzare quando servono.

Ed è probabilmente questo il passaggio più difficile, perché la politica vive da anni una crisi di credibilità generata proprio dalla distanza tra ciò che viene proclamato e ciò che viene praticato. I cittadini non chiedono  nuovi simboli o nuove formule elettorali. Chiedono soprattutto coerenza, trasparenza, responsabilità.

Naturalmente sostenere che il vero spartiacque sia tra “chi alimenta il sistema e chi lo combatte” apre un dibattito complesso. Destra e sinistra continuano infatti ad avere differenze profonde su economia, welfare, diritti, immigrazione, fiscalità e modello di società. Pensare di cancellare tutto in nome di una generica contrapposizione tra cittadini e potere sarebbe una semplificazione. Ma il punto sollevato da Panassidi sembra essere un altro, non superare le idee, ma impedire che le idee diventino un alibi.

Perché una bandiera politica dovrebbe indicare una direzione, non diventare una copertura. Una comunità dovrebbe nascere attorno ai valori, non attorno alle convenienze. Un progetto dovrebbe camminare sulle gambe delle persone migliori, non semplicemente delle persone più fedeli. E forse proprio qui si inserisce la sfida di City Lab, provare a spostare il confronto dal terreno delle appartenenze automatiche a quello del merito, della partecipazione e della responsabilità. Una sfida semplice da raccontare e difficilissima da realizzare. Perché alla fine la vera domanda non è più soltanto “Da che parte stai?”. La domanda più scomoda è un’altra: “A cosa sei disposto a rinunciare pur di restare fedele ai principi che dici di difendere?”.

La politica ritroverà credibilità non quando cambieranno soltanto i nomi o i simboli sulle schede elettorali, ma quando chi chiede fiducia ai cittadini dimostrerà di avere il coraggio più raro, usare lo stesso metro di giudizio con gli altri, con gli amici e soprattutto con sé stesso. Perché tra servire un’idea e servire un sistema passa tutta la differenza tra la politica e il semplice esercizio del potere.


Ecco il post di Panassidi ⤵️

C’è una domanda che mi viene rivolta spesso. “Ma tu sei di destra o di sinistra?”