Ci sono silenzi che pesano quanto un’accusa. E poi ci sono silenzi che diventano un fatto politico.
Nella sua relazione annuale all’Assemblea Regionale Siciliana, Renato Schifani ha rivendicato il lavoro del governo, ha parlato di legalità, trasparenza, buon governo e rigore amministrativo. Ma quando è arrivato il momento di affrontare la vicenda delle vicende più devastanti che hanno investito la Regione negli ultimi anni, il Cefpas è sparito dal racconto.
È rimasto soltanto il nome di Riccardo Gallo Afflitto. Liquidato come il caso personale di un deputato arrestato e poi dimessosi dall’Ars. Liquidata come una vicenda individuale, quasi privata. Eppure le carte dell’inchiesta raccontano una storia diversa.
Non descrivono soltanto il comportamento contestato a un parlamentare regionale. Descrivono, secondo l’impostazione accusatoria della Procura, un sistema di potere che avrebbe utilizzato un ente pubblico regionale come terreno di influenza politica, di gestione degli incarichi, delle assunzioni e delle relazioni istituzionali.
È questo il punto che nella relazione del presidente della Regione non compare. Perché quando un’inchiesta ipotizza che un ente regionale sia diventato l’importante crocevia di interessi politici, anche privati, il problema non è più soltanto giudiziario. Diventa istituzionale.
Le intercettazioni e gli atti ricostruiscono anche uno degli episodi più significativi, lo scontro con Salvatore Iacolino. Secondo gli investigatori, tutto nascerebbe dalla contrarietà dell’allora dirigente della Pianificazione Strategica alla convenzione tra Cefpas e Asp di Agrigento che avrebbe consentito alla moglie di Gallo una stabilizzazione lavorativa. Da quel momento, scrivono gli investigatori, sarebbe partita una vera campagna di isolamento politico nei confronti di Iacolino.
L’obiettivo, riportano le informative, sarebbe stato quello di mettergli contro “quanti più personaggi di spicco possibile”. Non una semplice divergenza amministrativa, ma una strategia politica.
Nelle carte compaiono altri nomi importanti. Margherita La Rocca Ruvolo, che lo portò davanti all’Antimafia e che, nelle stesse carte, viene citata una sua interlocuzione con il direttore del Cefpas Roberto Sanfilippo, indicato, in una ricostruzione investigativa, per l’incarico al fratello del cardinale Baldassare. Schifani, però, non ha spiegato nulla. Ha reciso il filo che unisce la politica alla gestione degli enti regionali, come se il Cefpas fosse esploso per autocombustione. Attenzione. Tutto questo appartiene al quadro accusatorio. Nessuna sentenza ha ancora accertato responsabilità definitive.
E poi lo stesso Salvatore Iacolino oggi è accusato per una vicenda mafia e appalti nell’Agrigentino. Un’altra, pesantissima indagine diversa.
Proprio per questo sarebbe servita una parola in più. Non una condanna politica. Ma una spiegazione. Perché il compito delle istituzioni non è anticipare le sentenze. È spiegare ai cittadini cosa è accaduto nei luoghi che amministrano.
Era necessario distinguere i piani. Separare le responsabilità personali dall’eventuale utilizzo distorto delle strutture regionali. Ricordare che, secondo gli investigatori, dietro la campagna politica vi sarebbe stato anche il nodo Cefpas.
Ricordare che La Rocca Ruvolo portò la questione davanti alla Commissione Antimafia. Ricordare che l’inchiesta non riguarda soltanto un deputato regionale, ma il funzionamento di un ente strategico della sanità siciliana.
Invece il Cefpas è stato cancellato dal discorso. Come se fosse esploso da solo. Come se nessuno si fosse chiesto come un ente pubblico è stato trasformato, se le accuse venissero confermate, in uno strumento di pressione della mala politica.
Ed è qui che il silenzio diventa il vero protagonista. Perché la politica può scegliere di non commentare un’indagine. Può evitare di interferire con la magistratura. Ma non può rinunciare a interrogarsi sul funzionamento delle proprie istituzioni, abdicando al proprio ruolo. Il rischio, altrimenti, è che ogni scandalo venga archiviato come la deviazione di un singolo, senza mai interrogarsi sul terreno che ha reso possibile quella deviazione. Ed è proprio questo il tema del Cefpas.
La vera domanda, oggi, non è soltanto cosa abbia fatto Riccardo Gallo Afflitto. La domanda è se il sistema che emerge dalle carte sia stato davvero un’eccezione oppure il sintomo di una cultura che, per troppo tempo, ha confuso il governo degli enti pubblici con la gestione del consenso e degli affari. Ma su questo, dalla relazione di Schifani, non è arrivata alcuna risposta. Ed è questa l’omissione più difficile da ignorare.