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BENI CULTURALI, LA SICILIA NON PUÒ PIÙ ASPETTARE

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Il furto di Antonello da Messina è solo un detonatore. Il problema vero è un sistema che da troppo tempo sembra incapace di trasformare il patrimonio siciliano da straordinaria eredità a responsabilità concreta.


Il furto del polittico di Antonello da Messina non è soltanto un fatto di cronaca. È uno schiaffo. Ma sarebbe un errore fermarsi allo schiaffo. Perché il punto non è soltanto capire come sia stato possibile sottrarre un’opera tanto preziosa. Il punto è chiedersi come sia stato possibile arrivare ancora una volta all’emergenza prima di affrontare il problema.

Ed è qui che la vicenda diventa politica. La domanda, infatti, è semplice e scomoda, quanto è realmente efficiente il sistema siciliano di tutela dei Beni culturali e ambientali?

La Sicilia continua a raccontarsi come una terra dal patrimonio culturale straordinario, spesso utilizzando questa ricchezza come una sorta di biglietto da visita istituzionale. Ma un patrimonio non si tutela con i comunicati stampa, con le celebrazioni, con le inaugurazioni o con la retorica della valorizzazione. Si tutela ogni giorno. E proprio qui emerge il problema.

Da decenni assistiamo a un sistema che troppo spesso interviene quando il problema è già esploso, il monumento che cade, il sito archeologico che degrada, il museo che non dispone di personale sufficiente, il territorio sottoposto a pressioni senza un’adeguata capacità di controllo, il bene che resta chiuso, il progetto che si trascina per anni, il finanziamento che arriva ma non si utilizza.

È una macchina che sembra spesso progettata per gestire l’emergenza. E non è più sufficiente raccontare che mancano risorse. Perché anche quando le risorse arrivano si creano le condizioni per perderle e di casi ne potremmo citare.

Le risorse contano, naturalmente. Ma dopo decenni di amministrazione pubblica del patrimonio siciliano, la domanda deve diventare più severa, quanto di ciò che non funziona dipende dalla scarsità dei mezzi e quanto, invece, da un modello organizzativo che non è più adeguato alla complessità del patrimonio che dovrebbe amministrare?

Perché il problema non è soltanto quanti custodi ci siano dentro un museo. Il problema è la capacità complessiva di conoscere, catalogare, controllare, programmare, conservare, valorizzare e rendere accessibile un patrimonio immenso. E qui la situazione diventa ancora più paradossale.

La Sicilia dispone di soprintendenze, parchi archeologici, musei, istituti, università, archivi, competenze scientifiche e professionalità di assoluto valore. Eppure troppo spesso queste competenze continuano a vivere dentro compartimenti separati, con una macchina amministrativa lenta e una programmazione che fatica a produrre una strategia complessiva. Se non cosa ancor più grave quando i processi vengono bloccati per interessi contrapposti.

Il risultato è un patrimonio enorme amministrato troppo spesso a pezzi, se non amministrato.

Un museo da una parte. Un parco archeologico dall’altra. Una soprintendenza altrove. Un Comune che procede per conto proprio. Un’università che studia. Un progetto che attende. Un altro che viene finanziato, ma poi i finanziamenti si perdono, deliberatamente. Manca troppo spesso la visione d’insieme e se non c’è l’interesse personale…

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non serve l’ennesima riforma cosmetica. Serve una riforma vera del sistema dei Beni culturali e ambientali siciliani. Una riforma che stabilisca con chiarezza chi decide, chi programma, chi controlla, chi risponde dei risultati e con quali risorse. Perché la responsabilità pubblica non può essere soltanto una catena di competenze sulla carta. Deve diventare una catena di responsabilità verificabili.

  • IL GRANDE PARADOSSO: ABBIAMO TUTTO, MA NON SAPPIAMO ANCORA ABBASTANZA

C’è poi un punto ancora più profondo: la conoscenza. Non possiamo proteggere ciò che non conosciamo. E la Sicilia è ancora piena di patrimoni, stratificazioni, paesaggi, testimonianze archeologiche, architettoniche e antropologiche che attendono studio, catalogazione, ricerca e interpretazione. Per questo servirebbe una gigantesca operazione di conoscenza del territorio. Un Piano straordinario della conoscenza del patrimonio siciliano, costruito insieme a università, centri di ricerca, soprintendenze, parchi, enti locali e professionisti. Non l’ennesimo documento destinato a finire in un cassetto.

Una banca dati pubblica, aggiornata, verificabile, multidisciplinare, capace di dire che cosa abbiamo, dove si trova, in quale stato è conservato, quali sono i rischi e quali devono essere le priorità. Perché oggi il vero spreco non è soltanto perdere un bene. È non sapere abbastanza di quello che possediamo.

  • IL VINCOLO NON PUÒ ESSERE IL FINE DELLA POLITICA

Lo stesso discorso vale per i piani paesaggistici. Tutela non significa congelare la Sicilia. I territori cambiano. Le città cambiano. Le conoscenze scientifiche cambiano. Cambiano le esigenze delle comunità, le infrastrutture, le condizioni ambientali e le stesse modalità con cui interpretiamo il patrimonio.

Un sistema moderno deve essere capace di aggiornare le proprie conoscenze senza trasformare la tutela in un esercizio burocratico autoreferenziale. Il vincolo deve essere uno strumento di conoscenza e protezione, non il punto finale della capacità amministrativa. E soprattutto la tutela non può diventare una guerra permanente tra chi vuole conservare e chi vuole sviluppare. È una contrapposizione vecchia e sterile.

  • DAL MONUMENTO AL TERRITORIO

La Sicilia non è un catalogo di monumenti. È un sistema. Le città, i borghi, i paesaggi, i siti archeologici, i luoghi sacri, le aree interne, le vie storiche, le tracce delle colonizzazioni, i luoghi legati ai culti di Demetra e le infinite stratificazioni dell’Isola possono diventare una vera infrastruttura culturale.

Ma per farlo occorre smettere di pensare al singolo bene come a un’isola. Dal monumento al territorio. Dal museo alla rete. Dal vincolo alla conoscenza. Dall’emergenza alla programmazione.

Questo dovrebbe essere il nuovo paradigma. E invece continuiamo troppo spesso a fare finta di muoverci dopo che qualcosa è accaduto. Il furto di Antonello da Messina, al netto delle responsabilità specifiche che dovranno essere accertate, dovrebbe dunque servire almeno a questo, impedire che l’indignazione duri il tempo di una conferenza stampa. Perché sarebbe fin troppo facile annunciare nuovi controlli, nuove verifiche, nuove procedure. Più difficile è mettere mano a un sistema che presenta problemi strutturali.

  • LA SICILIA NON PUÒ VIVERE DI EMERGENZE

C’è infine una questione che riguarda direttamente lo sviluppo. Un patrimonio straordinario non produce automaticamente cultura, turismo, occupazione ed economia. Serve accessibilità. Serve personale. Servono trasporti. Servono servizi. Servono musei aperti e collegati. Servono informazioni comprensibili. Servono strumenti digitali. Serve accessibilità per anziani, studenti, famiglie e persone con disabilità. Serve collegare il patrimonio agli aeroporti, alle ferrovie, alla viabilità, alle strutture ricettive e ai territori.

Altrimenti la parola “valorizzazione” rischia di diventare semplicemente una delle espressioni più abusate della politica culturale siciliana. La tutela senza fruizione rischia di diventare sterile conservazione. La valorizzazione senza tutela diventa invece consumo del patrimonio. La vera sfida è tenere insieme entrambe.

  • ADESSO LA POLITICA DEVE DECIDERE

Per questo la Regione non dovrebbe limitarsi a reagire solo al caso Antonello. Dovrebbe utilizzarlo come occasione per aprire una discussione molto più ampia. Un tavolo permanente sui Beni culturali e ambientali può avere senso, ma soltanto se non diventa l’ennesimo tavolo della politica, l’ennesima passerella istituzionale, l’ennesimo luogo nel quale tutti parlano e nessuno risponde dei risultati.

Servono obiettivi, tempi, risorse e responsabilità. E soprattutto serve qualcuno che abbia il coraggio di misurare ciò che funziona e ciò che non funziona. Perché il vero problema della Sicilia non è soltanto che possa essere rubato un Antonello.

Il vero problema è che un patrimonio immenso rischia quotidianamente di essere consumato più lentamente, silenziosamente e banalmente dall’incuria, dalla frammentazione, dalla burocrazia, dalla mancanza di visione e dall’incapacità di programmare.

Un furto fa rumore. Il degrado quotidiano molto meno. Ma entrambi raccontano, in modi diversi, quanto sia fragile un sistema di tutela che non riesce a prevenire, conoscere e programmare. E allora basta con l’idea che ogni emergenza debba diventare l’occasione per promettere che “d’ora in poi sarà diverso”.

La Sicilia non ha bisogno di altre promesse sul suo patrimonio. Ha bisogno di un sistema che funzioni prima che accada qualcosa. Antonello da Messina non dovrebbe essere ricordato soltanto per ciò che è accaduto alla sua opera. Dovrebbe essere ricordato come il momento nel quale la politica siciliana ha finalmente deciso di guardarsi allo specchio. Perché il prossimo furto non deve essere necessario per ricordarci che cosa abbiamo. E soprattutto quanto siamo ancora incapaci di proteggerlo.

Ecco qui l’articolo di Francesco Finocchiaro che ha aspirato questa riflessione: ⤵️

‼️ Beni culturali, il piano straordinario per la Sicilia che (non) possiamo più rimandare.