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DENARO PUBBLICO: IL FIUME DEGLI SPRECHI, LE GOCCE AI CITTADINI

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C’è un’immagine che, più di tante statistiche, racconta una delle più grandi contraddizioni della politica siciliana. Da una parte un enorme tubo da cui il denaro pubblico scorre copioso, quasi senza controllo. Dall’altra un rubinetto che gocciola lentamente, con un cartello impietoso, “Risorse limitate”. Sotto quel rubinetto c’è il cittadino, costretto a vivere di poche gocce, mentre gli viene ripetuto che “non ci sono soldi”.

È questa la grande narrazione che accompagna ogni stagione politica. Non ci sono soldi per gli ospedali. Non ci sono soldi per le scuole. Non ci sono soldi per la manutenzione delle strade. Non ci sono soldi per i piccoli comuni. Non ci sono soldi per abbassare le tasse.

Eppure, quando si tratta di alimentare apparati burocratici di regione, province e comuni, sempre più costosi, consulenze discutibili, enti inutili, partecipate inefficienti e mangiasoldi, bonus senza una reale strategia, contributi distribuiti secondo logiche clientelari o opere pubbliche che si trasformano in cantieri infiniti, il flusso del denaro sembra improvvisamente inesauribile. E non siamo certamente qui a criticare i tanti contributi per eventi che portano benefici indiretti alle comunità, alla cultura del territorio, ai loro imprenditori, agli esercenti, al lavoro indotto, parliamo di quelli che non creano nemmeno una crescita concreta e culturale.

Il problema, dunque, non è quasi mai la quantità delle risorse. Il problema è la loro destinazione. La politica ha spesso trasformato il bilancio pubblico in uno strumento di consenso anziché di sviluppo. Si preferisce distribuire piccoli favori immediati piuttosto che costruire strutture durature. Si finanzia ciò che produce consenso nel breve periodo invece di ciò che crea ricchezza e quindi consenso, nel lungo periodo.

È una cultura dello spreco che attraversa gli schieramenti politici. Cambiano i governi, cambiano le maggioranze, ma resta sorprendentemente immutato il meccanismo con cui il denaro pubblico viene utilizzato.

E il cittadino? È quello rappresentato nella vignetta, guarda verso l’alto aspettando una goccia, mentre alle sue spalle scorrono fiumi di denaro che non arriveranno mai a migliorare concretamente la sua qualità della vita.

In Sicilia questa contraddizione assume contorni ancora più evidenti ch nel resto del Paese. La Regione gestisce uno dei bilanci più consistenti del Mezzogiorno, dispone di fondi europei, nazionali e regionali, ma troppo spesso i territori continuano a lamentare servizi insufficienti, opere incompiute, ritardi cronici e investimenti incapaci di produrre sviluppo stabile. Non è raro assistere a milioni di euro che rimangono inutilizzati oppure vengono spesi in ritardo, mentre sindaci e amministratori locali continuano a sentirsi rispondere che “le risorse sono finite”. Il vero scandalo non è la scarsità. È l’inefficienza.

Ogni euro sprecato rappresenta una scuola che non viene ristrutturata, una strada che resta pericolosa, una lista d’attesa che si allunga, una mancanza della cultura e del senso civico, un giovane che decide di lasciare la Sicilia per costruire altrove il proprio futuro.

Per questo la discussione politica dovrebbe finalmente cambiare prospettiva. Non basta chiedere più fondi. Occorre pretendere una gestione radicalmente diversa di quelli già disponibili. Trasparenza nella spesa. Valutazione dei risultati. Responsabilità amministrativa. Controlli efficaci. Merito nelle scelte.

Sono questi i criteri che distinguono uno Stato che investe da uno Stato che distribuisce.La vera domanda, allora, non è dove siano finiti i soldi. La domanda è molto più scomoda chi ha deciso che dovessero scorrere da quella parte soltanto, lasciando ai cittadini appena qualche goccia e senza vantaggio alcuno?