Ci sono uomini che appartengono al proprio tempo e altri che, per una strana combinazione di talento, sfrontatezza e disgrazie, appartengono a tutti i tempi. Micio Tempio è uno di questi. Raccontarlo soltanto come il poeta delle oscenità sarebbe un errore. Quasi un’ingiustizia. Perché dietro il personaggio scurrile, dietro la fama del poeta erotico, dietro le storie da putìa sulle sue presunte prodezze sessuali, c’era un uomo che aveva capito una cosa fondamentale, il potere più grande della poesia è togliere il trucco alla realtà.
E Tempio il trucco lo odiava. Non gli interessava la Catania da cartolina. Non gli interessava quella città che si racconta bene nelle celebrazioni ufficiali, nei salotti, nelle commemorazioni con le corone di fiori e nelle fotografie davanti ai monumenti. Guardava la città vera.
Quella dei vicoli, della fame, delle prostitute, dei nobili, delle putìe, dei poveracci, dei preti, dei potenti e degli ipocriti. E soprattutto guardava gli uomini. Per questo ancora oggi dà fastidio. Perché Tempio non era politicamente corretto. Non poteva esserlo. Non aveva bisogno di esserlo. La sua libertà consisteva proprio nel non chiedere il permesso a nessuno prima di dire ciò che pensava.
Aveva studiato dentro la Chiesa e poi aveva preso le distanze dalla Chiesa. Aveva frequentato aristocratici e poi li aveva messi alla berlina. Aveva respirato l’Illuminismo ma non si era trasformato in un professore di filosofia. Aveva scelto il siciliano e lo aveva elevato a lingua capace di raccontare la miseria, il sesso, la fame, la politica e la morte.
Insomma, aveva capito che la cultura non serve a diventare più eleganti. Serve a diventare più liberi. Ed è forse questa la lezione di Micio Tempio che abbiamo dimenticato. Oggi siamo circondati da una quantità enorme di informazioni e, paradossalmente, spesso abbiamo meno libertà di allora. Non perché qualcuno ci impedisca materialmente di parlare, ma perché abbiamo imparato ad autocensurarci.
Pesiamo le parole. Controlliamo le reazioni. Guardiamo chi potrebbe offendersi. Ci chiediamo se una frase possa danneggiare una carriera, un rapporto, un incarico, un finanziamento, una candidatura.
Tempio avrebbe probabilmente riso. E avrebbe scritto qualcosa di terribile. Perché lui conosceva una verità che la nostra epoca ha dimenticato, una cultura che ha paura di disturbare il potere è soltanto decorazione.
La sua poesia era volgare? A volte sì. Era oscena? Senza dubbio. Ma il punto è un altro. Tempio usava la volgarità come un bisturi. Non per nascondere la realtà, ma per mostrarla. La fame, nella Caristia, non è una disgrazia astratta calata dal cielo. È il risultato di rapporti di potere, speculazioni, privilegi e incapacità di chi governa.
E qui Micio diventa improvvisamente modernissimo. Perché cambiano le parole, cambiano i palazzi, cambiano i governanti, cambiano i mezzi di comunicazione, ma rimane sempre quella straordinaria capacità del potere di trasformare una propria responsabilità in una “situazione complessa”.
Quando la gente soffre, la situazione è complessa. Quando i prezzi aumentano, la situazione è complessa. Quando un territorio viene abbandonato, la situazione è complessa. Quando qualcuno chiede conto delle decisioni prese, bisogna aprire un tavolo.
Tempio avrebbe probabilmente osservato tutto questo con il suo sorriso da vastaso e avrebbe domandato, semplicemente: “Ma cu fu?” Ed è questa la domanda che manca sempre. Chi è responsabile? Chi ha deciso? Chi ci guadagna? Chi paga?
Tempio non era un santo e non aveva nessuna intenzione di diventarlo. Era contraddittorio, carnale, ironico, rabbioso, tenero, misero e geniale. Aveva conosciuto il dolore privato e la povertà. Aveva perso persone amate. Aveva ricevuto aiuti dagli amici. Aveva persino ottenuto una rendita pubblica che gli consentisse di sopravvivere.
Ma non si era mai trasformato in un cortigiano. Ed è questo che rende la sua figura ancora più interessante. Perché la vera indipendenza non consiste nel vivere senza bisogno di nessuno. Quasi nessuno può permetterselo.
La vera indipendenza consiste nel non vendere la propria coscienza a chi ti dà qualcosa. Tempio rimase povero. Ma non diventò piccolo. E forse è questa la differenza.
Catania lo ha amato, dimenticato, riscoperto e nuovamente dimenticato. Come spesso accade ai suoi figli più scomodi. Li celebriamo quando sono innocui, quando possono essere trasformati in una targa, in una statua, in una ricorrenza.
Ma quando tornano a parlare davvero, diventano improvvisamente ingombranti. Micio Tempio, invece, non vuole stare fermo sul piedistallo. È troppo vivo. Troppo sporco. Troppo intelligente. Troppo catanese. E soprattutto troppo libero.
Per questo forse la sua memoria dovrebbe essere trattata non come una reliquia, ma come una provocazione. Leggerlo oggi significa ricordarsi che la cultura non è necessariamente educata, elegante, rassicurante. A volte deve essere fastidiosa. Deve mettere in imbarazzo. Deve rompere il silenzio. Deve chiamare le cose con il loro nome. E se necessario deve pure dire una vastasata.
Perché, alla fine, Micio Tempio aveva capito una cosa semplice e terribile, il potere teme molto più una parola intelligente che cento insulti.
Gli insulti passano. Una buona poesia resta. E Micio, dopo due secoli, continua ancora a furriare per Catania. Non si fa trovare. Non si lascia imbalsamare. Non entra bene nelle commemorazioni ufficiali.
Ogni tanto spunta da una putìa, guarda la città, vede che certe cose sono cambiate e che altre sono rimaste identiche. Poi sorride. E ricomincia a scrivere.