
L’architetto Giovanni Laudani, già dirigente regionale dell’Urbanistica, interviene nel dibattito e indica tre direttrici: turismo rurale e beni culturali, trasporto delle merci e mobilità ippo-ciclabile
Il dibattito sulla Ferrovia delle Arance continua ad allargarsi e, questa volta, arriva la voce di chi quella vicenda l’ha conosciuta direttamente nei tavoli tecnici istituzionali.
A scrivere alla redazione di QTSICILIA è l’architetto Giovanni Laudani, già dirigente regionale del Dipartimento Urbanistica dell’Assessorato al Territorio, che proprio per il ruolo ricoperto ha partecipato nel tempo ai diversi tavoli tecnici con le amministrazioni comunali interessate dal tracciato ferroviario.
Una testimonianza, dunque, che si inserisce nel dibattito non soltanto sul piano politico o delle contrapposizioni ideologiche, ma attraverso l’esperienza maturata nei luoghi dove, negli anni, si è discusso concretamente del futuro della dorsale ferroviaria.
«Sento il dovere di non potermi sottrarre al dibattito che, come uno tsunami, si è acceso sul tema della Ferrovia delle Arance, vista la mia esperienza specifica», scrive Laudani, ricordando come, a suo tempo, si sia adoperato «nei vari incontri tecnici con le amministrazioni comunali del territorio».
Il punto centrale della sua riflessione è netto, prima di decretare la fine di una infrastruttura bisogna interrogarsi sulle opportunità che il suo recupero potrebbe generare per l’intero territorio. E le opportunità, secondo Laudani, sono almeno tre.
Il primo asse: turismo rurale e patrimonio culturale
«La ferrovia potrebbe diventare una vera infrastruttura per la valorizzazione del territorio rurale. Lungo la dorsale ferroviaria non ci sono soltanto binari e opere infrastrutturali, ma un patrimonio fatto di paesaggi agricoli, centri abitati, testimonianze storiche, beni culturali e architetture ferroviarie. Le stazioni e gli antichi caselli rappresentano, in questa prospettiva, una risorsa da recuperare e reinterpretare. Potrebbero diventare punti di accesso al comprensorio, luoghi di servizio per il turismo, presidi culturali, strutture di accoglienza o spazi destinati alla promozione delle produzioni locali. Il treno, quindi, non sarebbe soltanto un mezzo per spostarsi da un punto all’altro, ma potrebbe trasformarsi nella porta d’accesso a un sistema territoriale più ampio, Ma anche diventare un museo diffuso sulla tipicità dell’agromicoltura tipica del territorio».
È la logica della ferrovia come infrastruttura turistica territoriale, capace di collegare paesaggio, agricoltura, archeologia, storia e cultura.
Il secondo asse: le merci e il collegamento con Catania
«C’è poi un aspetto forse ancora più strategico, quello commerciale. Il ripristino della linea potrebbe consentire di immaginare un sistema di trasporto delle merci dalle aree interne verso i grandi nodi logistici catanesi, interporto, aeroporto e stazione centrale. Una prospettiva che assume particolare rilevanza in un territorio dove l’agricoltura e le produzioni agroalimentari rappresentano una componente fondamentale dell’economia». In questo quadro, Laudani richiama anche la possibilità di realizzare un centro commerciale agroalimentare presso la stazione di Schettino.
«L’idea è quella di costruire una piattaforma capace di mettere in relazione produzione e distribuzione, accorciando le distanze tra le aziende delle aree interne e i grandi sistemi di collegamento della Sicilia orientale. Non soltanto, dunque, passeggeri e turismo, la ferrovia potrebbe tornare a svolgere una funzione economica, diventando parte di una rete logistica al servizio delle produzioni del territorio».
Il terzo asse: la mobilità lenta, ma collegata alle città
La terza direttrice indicata dall’architetto Laudani riguarda la possibilità di realizzare intersezioni e percorsi ippo-ciclabili lungo il tracciato. Ma anche in questo caso emerge una precisazione importante: «La mobilità lenta non dovrebbe essere concepita come un sistema isolato. I percorsi, dovrebbero partire dalle stazioni di riferimento territoriale e arrivare facilmente alle città e ai luoghi da visitare». E conclude: “I soldi ci sono, l’Europa ha specifici assi per i temi che tratto in questo mio contributo. Assi diversi che potrebbero convergere nel finanziare la valorizzazione della Valle del Simeto, dei suoi beni culturali, delle greenway, del turismo rurale e della sua economia»,
È un’impostazione che prova a mettere insieme diverse forme di mobilità, il treno come dorsale principale, le biciclette e i percorsi equestri come strumenti di penetrazione nel territorio e le città come destinazioni finali. In altre parole, la ferrovia potrebbe diventare la spina dorsale di una rete più ampia, nella quale il trasporto ferroviario e la mobilità sostenibile non si contrappongono, ma si completano.
La lettera di Giovanni Laudani introduce quindi un elemento che merita di essere affrontato con attenzione, la discussione sulla Ferrovia delle Arance non dovrebbe essere ridotta alla scelta tra ferrovia e pista ciclabile.
La vera questione potrebbe essere molto più ampia, quale modello di sviluppo si vuole costruire lungo quella dorsale? Una ferrovia ripristinata potrebbe convivere con percorsi ciclabili ed equestri? Le stazioni potrebbero diventare nodi di interscambio? I caselli storici potrebbero essere recuperati? Il trasporto delle produzioni agricole potrebbe integrarsi con i collegamenti verso Catania? Il turismo rurale potrebbe trovare nella ferrovia un nuovo strumento di accessibilità?
Sono domande che meritano risposte tecniche, economiche e progettuali., in una visione politica sensata. Ed è proprio questo il punto che emerge dalla testimonianza dell’architetto Laudani, prima di scegliere cosa eliminare, sarebbe opportuno capire fino in fondo cosa quella infrastruttura potrebbe ancora produrre per il territorio.
La Ferrovia delle Arance, insomma, potrebbe non essere soltanto una vecchia linea da recuperare o un tracciato da riconvertire. Potrebbe essere una parte di una strategia più complessiva per collegare agricoltura, turismo, cultura, mobilità e logistica. E forse è proprio su questo terreno, quello dei progetti e delle alternative concrete, che il dibattito dovrebbe finalmente spostarsi.