
Tre anni dall’articolo “Educare alla democrazia” le vecchie domande tornano a bussare alla porta del Comune. Il problema non è soltanto chi governerà Paternò, ma quale idea di potere, consenso e cittadinanza vogliamo consegnare.
Tre anni fa scrissi un articolo dal titolo “Educare alla democrazia”. Lo scrissi quando ancora si poteva parlare della crisi della politica come di una crisi di qualità, di cultura, di classe dirigente. Oggi, a Paternò, quella riflessione assume un peso completamente diverso. Perché nel frattempo è arrivato lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose.
E allora non possiamo più limitarci a chiederci se la politica sia mediocre. Dobbiamo chiederci qualcosa di molto più serio, che cosa è successo alla nostra idea di democrazia? Perché uno scioglimento non può essere ridotto alla caduta di un’amministrazione, alla sostituzione di alcuni uomini o alla sospensione della normale vita politica. È una ferita istituzionale. E una ferita istituzionale obbliga una comunità seria a guardarsi allo specchio. Non solo a cercare capri espiatori. Ma per capire.
- NON È SOLO UNA QUESTIONE DI NOMI
Il grande rischio, adesso, è quello di sempre. Cambiare i nomi e lasciare intatto il meccanismo. Cambiare le facce. Cambiare le fotografie. Cambiare gli slogan. E poi ripartire con le stesse logiche. Se accadesse questo, avremmo semplicemente trasformato una tragedia istituzionale in una parentesi amministrativa. E Paternò non può permetterselo.
Perché il problema non è soltanto chi siederà domani sulla poltrona di sindaco. Il problema è come arriverà a quella poltrona. Con quali relazioni. Con quale cultura politica. Con quale idea del consenso. Con quale rapporto con gli interessi organizzati. Con quale autonomia.
Perché è facile amministrare quando tutti sono d’accordo. La qualità di un amministratore si misura quando deve dire di no a qualcuno che potrebbe essergli utile.
- IL FEUDALESIMO DEL CONSENSO
Per troppo tempo, in troppi luoghi della politica locale, abbiamo assistito a una trasformazione silenziosa del rapporto tra cittadino e rappresentante. Il cittadino non è più soltanto elettore. Diventa interlocutore personale. Poi sostenitore. Poi tifoso. Poi cliente.
E il politico non è più soltanto rappresentante. Diventa colui che “può”. Può interessarsi. Può telefonare. Può accelerare. Può trovare una soluzione. Può “vedere”,“parlare”, “sistemare”. È qui che comincia la malattia.
Perché una democrazia sana dovrebbe funzionare esattamente al contrario. Il cittadino non dovrebbe avere bisogno di conoscere qualcuno per vedere riconosciuto un proprio diritto. Dovrebbe avere bisogno soltanto che le istituzioni funzionino. Il giorno in cui per ottenere ciò che ti spetta devi conoscere qualcuno, la democrazia ha già perso una battaglia. E quando questa logica diventa cultura diffusa, il consenso smette di essere una scelta politica e diventa una forma di dipendenza. È il vecchio meccanismo feudale travestito da modernità. Cambiano i mezzi. Restano le logiche.
- LA RESPONSABILITÀ NON È SOLTANTO DI CHI VIENE ELETTO
Ma sarebbe troppo comodo fermarsi qui. Perché una comunità democratica non è composta soltanto da politici. È composta anche dagli elettori. E qui bisogna avere il coraggio di dirlo, il cittadino ha una responsabilità enorme.
Quando vota qualcuno soltanto perché “è una brava persona”, perché “conosce la mia famiglia”, perché “mi può aiutare”, perché “almeno quello qualcosa me la può sistemare”. Quando considera normale chiedere un favore personale invece di pretendere un servizio pubblico efficiente. Quando giudica un amministratore non per quello che ha fatto per la città, ma per quello che ha fatto per lui.
In quel momento non sta semplicemente scegliendo un politico. Sta contribuendo a costruire un modello di politica. E quel modello, alla fine, torna sempre a presentare il conto.
- DOPO LO SCIOGLIMENTO, LA CITTÀ DEVE FARE UN ESAME DI COSCIENZA
Lo scioglimento dovrebbe rappresentare un punto di rottura. Ma una rottura vera non consiste nel dire “Adesso ricominciamo.” Ma “Adesso ricominciamo diversamente.” È una differenza enorme. Perché ricominciare semplicemente significa voltare pagina. Ricominciare diversamente significa cambiare libro. E Paternò ha bisogno di cambiare libro.
Ha bisogno di una classe dirigente che non interpreti il Comune come una conquista. Che non consideri l’amministrazione come il premio finale di una carriera politica. Che non viva ogni decisione pensando alla prossima elezione. Che non confonda la popolarità con l’autorevolezza. Che non scambi la fedeltà personale per capacità politica. Che non abbia paura della competenza.
E soprattutto che sappia una cosa elementare, il sindaco non è il padrone della città. È il sindaco. Il consigliere non è il proprietario del consenso. È un consigliere. L’assessore non è il titolare di un pezzo di Comune. È un amministratore. Tutto qui. E dovrebbe bastare.
C’è poi una parola che tornerà inevitabilmente nel dibattito politico paternese, nuovo. Nuovi candidati. Nuove facce. Ma attenzione. Perché nuovo non significa automaticamente migliore. Una faccia nuova può portare una vecchia cultura. Un giovane può replicare esattamente i meccanismi che hanno prodotto la politica che dice di voler combattere. E un uomo con esperienza può, al contrario, rappresentare una cultura istituzionale molto più moderna di chi si presenta come il “nuovo che avanza”.
La vera novità non è anagrafica. È culturale. È nel modo di intendere il potere. È nel rapporto con gli interessi. È nell’onestà intellettuale. È nella libertà di non dovere nulla a nessuno. Essere uomo libero.
- SERVONO POLITICI CHE SAPPIANO DIRE NO
Saper dire no anche quando quel no può costare voti. Saper rinunciare a un’alleanza conveniente quando quella alleanza contraddice i propri principi. Saper perdere un consenso per difendere una regola. Saper essere impopolari quando la decisione giusta non è quella più popolare. La politica seria, qualche volta, perde voti. La politica clientelare no. Per questo cerca continuamente consenso in ogni modo. E quando il consenso diventa l’unico metro di giudizio, tutto il resto diventa sacrificabile. Anche la qualità delle istituzioni.
- EDUCARE ALLA DEMOCRAZIA, ANCORA
Tre anni dopo, quindi, torno al punto da cui ero partito. Educare alla democrazia. La democrazia non è il luogo nel quale qualcuno ci deve qualcosa. È il luogo nel quale tutti devono qualcosa alla comunità. E quel qualcosa si chiama responsabilità.
- IL VERO DOPO-SCIOGLIMENTO
Il dopo-scioglimento non dovrebbe dunque essere soltanto una fase di attesa. Dovrebbe essere una stagione di ricostruzione. Ricostruzione amministrativa. Ricostruzione politica. Ma soprattutto ricostruzione culturale.
Servono cittadini che sappiano distinguere il favore dal diritto. Servono politici che sappiano distinguere il consenso dalla rappresentanza. Servono amministratori che sappiano distinguere l’autorevolezza dall’autorità. Servono opposizioni che sappiano controllare senza trasformare ogni controllo in una guerra personale. Servono giornalisti che continuino a fare domande anche quando quelle domande diventano scomode, e non limitarsi a essere cortigiani del potere. E serve una comunità che non abbia paura della verità. Perché una città non si salva nascondendo le proprie ferite. Si salva guardandole.
- ERODOTO, ANCORA UNA VOLTA
Tre anni fa chiudevo quell’articolo con Erodoto. Oggi lo richiamerei ancora. Perché il suo ragionamento sulla degenerazione delle forme di governo conserva una straordinaria attualità. Ogni sistema può degenerare. La monarchia può diventare tirannia. L’aristocrazia può diventare oligarchia. La democrazia può diventare demagogia. E una democrazia svuotata di cultura civica può trasformarsi in qualcosa di ancora più pericoloso, una macchina elettorale nella quale si vota, ma non si sceglie veramente. E alla fine ci si lamenta della politica che abbiamo contribuito a produrre. È un cortocircuito dal quale bisogna uscire.
- LA PROSSIMA ELEZIONE NON SARÀ UNA SEMPLICE ELEZIONE
Per Paternò, quella che verrà non dovrebbe essere considerata una normale competizione elettorale. Dovrebbe essere una verifica. Una verifica della maturità di una comunità. Perché dopo uno scioglimento per mafia non basta chiedere ai candidati cosa vogliono fare. Bisogna chiedere chi sono. Da dove vengono. Quale idea hanno. Quale rapporto qualitativo hanno avuto con la politica. Quale autonomia possiedono. Quali interessi rappresentano. Questa è la vera domanda. Non chi promette di cambiare Paternò. Ma chi è disposto a cambiare il modo di fare politica a Paternò.
Tre anni fa scrivevo che non c’era più tempo. Oggi lo ripeto con ancora maggiore convinzione. Non c’è più tempo per gli alibi, per la politica dei mestieranti, per i feudatari del consenso, per i cittadini trasformati in clienti, per le candidature costruite soltanto sulla capacità di portare voti. Non c’è più tempo per il “poi vediamo”.
Paternò deve scegliere tra due modelli. Da una parte una democrazia fondata sulla partecipazione, sulle regole, sulla competenza e sulla responsabilità. Dall’altra una democrazia ridotta a mercato del consenso, che prima o poi, presenta sempre il conto, come abbiamo visto. E Paternò quel conto lo ha già pagato. Difendere Paternò significa una cosa molto semplice e molto difficile tornare a educare alla democrazia.
Ecco l’articolo pubblicato su La Gazzetta Rossazzurra tre anni fa:
