
Dietro l’unità ufficiale del partito cresce la competizione per la leadership siciliana. Da una parte il peso dell’organizzazione nazionale e dell’asse che passa per Giovanni Donzelli e Salvo Pogliese; dall’altra la galassia politica che ruota attorno a Ignazio La Russa e nella quale hanno un ruolo centrale Gaetano Galvagno, Nello Musumeci e Ruggero Razza. Ma alleanze e confini non sono affatto immobili. Sullo sfondo Palazzo d’Orléans e il futuro. Cchi controllerà Fratelli d’Italia quando arriverà il momento di scegliere il candidato alla Presidenza della Regione?
La fotografia ufficiale racconta un partito unito. Quella politica, osservata più da vicino, racconta qualcosa di assai più complesso.
Fratelli d’Italia in Sicilia è ormai abbastanza grande da contenere al proprio interno storie, ambizioni, leadership territoriali e centri di influenza differenti. Ed è proprio la crescita del partito ad aver reso inevitabile la domanda che tutti, prima o poi, dovranno affrontare, chi comanda davvero FdI nell’Isola?
Non è soltanto una questione di organigrammi. È una battaglia che riguarda il controllo del territorio, le candidature, gli equilibri con gli alleati e, soprattutto, la successione a Palazzo d’Orléans.
- DUE AREE, MA CON CONFINI MOBILI
Una chiave di lettura possibile individua oggi due grandi aree.
Da una parte quella riconducibile alla macchina nazionale del partito e a Giovanni Donzelli, responsabile nazionale dell’organizzazione, con Salvo Pogliese che continua a detenere un ruolo istituzionale preciso nella struttura siciliana, mettendo ovunque bandierine.
La precisazione non è secondaria. È arrivata proprio dopo indiscrezioni giornalistiche su un presunto ruolo straordinario affidato a Ignazio La Russa nella gestione del partito siciliano. FdI ha smentito questa ricostruzione. Ma non è così.
Dall’altra parte esiste una vasta area politico-relazionale che ha il suo riferimento storico in Ignazio La Russa e che incrocia le storie di Gaetano Galvagno, Nello Musumeci e Ruggero Razza.
Definirla semplicemente una “corrente”, tuttavia, sarebbe riduttivo. Musumeci possiede una propria storia politica e una propria forza; Razza è stato uno degli uomini più importanti del suo governo regionale; Galvagno rappresenta una generazione successiva della destra siciliana ed è oggi presidente dell’Assemblea regionale.
Soprattutto, questi mondi non vivono in compartimenti stagni.
A Gravina di Catania, pochi giorni fa, Donzelli, Pogliese, Musumeci e Razza erano tutti insieme alla manifestazione di Fratelli d’Italia, insieme al commissario regionale Luca Sbardella, a Galeazzo Bignami, Enrico Trantino e altri esponenti del partito.
Dunque non siamo davanti a due eserciti che hanno già dichiarato guerra. Siamo davanti a qualcosa di politicamente più interessante, due o più sistemi di influenza che convivono nello stesso partito e che potrebbero trovarsi a competere quando arriverà il momento delle decisioni vere.
- E LE DECISIONI VERE SI CHIAMANO REGIONALI
Il punto di caduta inevitabile sono le prossime elezioni regionali.
Renato Schifani vuole continuare. Ma Fratelli d’Italia non gli ha consegnato un assegno in bianco. Luca Sbardella lo ha detto con una chiarezza che difficilmente può essere considerata casuale: se dovesse aprirsi la successione, FdI avrebbe almeno quattro o cinque personalità di livello da mettere sul tavolo per la Presidenza della Regione.
Il messaggio è semplice, se non sarà Schifani, non è affatto scritto che Palazzo d’Orléans debba rimanere a Forza Italia.
Ed è qui che la competizione interna di FdI acquista tutt’altra dimensione. Perché essere la componente dominante del partito siciliano nel momento in cui Giorgia Meloni dovrà discutere con gli alleati il candidato presidente significherà possedere un potere negoziale enorme.
- DONZELLI: ROMA OSSERVA LA SICILIA
Poi c’è Giovanni Donzelli. La sua presenza nell’Isola negli ultimi tempi assume inevitabilmente un significato politico.
A Enna oltre quattrocento amministratori e dirigenti siciliani di FdI si sono riuniti a porte chiuse davanti allo stesso Donzelli e ad Arianna Meloni. Sul tavolo c’erano anche i problemi del partito e i rapporti con il governo regionale.
Donzelli, inoltre, ha mandato un segnale preciso a Schifani, FdI sostiene il presidente, ma pretende che la coalizione torni a “governare bene” e che venga registrato il funzionamento della maggioranza regionale. Tradotto politicamente: Roma non vuole assistere passivamente alle dinamiche siciliane. E questo inevitabilmente incrocia il peso storico esercitato da La Russa nell’Isola e soprattutto nella Sicilia.
- LA RUSSA: UN POTERE CHE NON HA BISOGNO DI ORGANIGRAMMI
Ignazio La Russa rappresenta qualcosa di diverso. La sua influenza sulla destra siciliana viene da lontano e non può essere misurata semplicemente contando le cariche ufficiali.
Proprio per questo hanno fatto rumore le indiscrezioni secondo cui Giorgia Meloni gli avrebbe affidato una sorta di supervisione sulla Sicilia. FdI le ha formalmente smentite. Ed il dato reale è altro, La Russa continua a intervenire direttamente nelle grandi questioni siciliane.
Ed è proprio questo a dimostrare perché sarebbe sbagliato immaginare le correnti come blocchi monolitici, sulla ricandidatura del governatore le posizioni possono attraversare le appartenenze interne.
Poi c’è Gaetano Galvagno, che rappresenta uno degli esponenti più importanti della nuova classe dirigente di FdI siciliana. Una questione che diventa così anche un test dei rapporti tra Palermo, Catania e Roma. Chi deciderà il suo futuro politico? E quali conseguenze avrebbe sugli equilibri interni? Se fosse una gara di formula uno partirebbe in pole.
- MUSUMECI NON È USCITO DALLA PARTITA SICILIANA
Sarebbe poi un errore considerare Nello Musumeci ormai confinato esclusivamente nella dimensione ministeriale romana. L’ex presidente della Regione continua a intervenire pesantemente sulle vicende siciliane.
Il rapporto politico con Schifani rimane problematico e le recenti dichiarazioni pubbliche lo dimostrano. Musumeci ha criticato alcuni meccanismi della politica regionale e ha difeso Galvagno, mentre Sbardella ha contemporaneamente riconosciuto i risultati del governo Schifani senza impegnare FdI sulla sua ricandidatura. È una geometria estremamente interessante.
Musumeci non deve necessariamente candidarsi nuovamente alla Regione per condizionare la scelta del prossimo candidato. Gli basta possedere abbastanza peso politico da partecipare alla decisione.
Anche Ruggero Razza è tornato a utilizzare toni molto duri verso il governo regionale.
L’ex assessore alla Salute ed Europarlamentare ha contestato la narrazione di Schifani sull’utilizzo dei fondi europei, rivendicando il lavoro svolto durante la precedente amministrazione Musumeci e criticando alcune scelte dell’attuale governo. Razza diventa così un altro tassello di un’area che rivendica il patrimonio politico ed è precisamente questo uno dei nodi sotterranei dello scontro.
Perché dietro la questione del candidato del 2027 esiste anche una battaglia sulla narrazione degli ultimi dieci anni della destra siciliana. Chi ha governato meglio? Chi ha costruito il consenso? Chi può rivendicare i risultati? E soprattutto chi può presentarsi a Giorgia Meloni dicendo “la Sicilia la rappresentiamo noi”?
- IL FANTASMA DI MANLIO MESSINA E IL SUO RITORNO
A rendere ancora più evidente l’esistenza di tensioni interne c’è poi il caso Manlio Messina. L’ex assessore regionale ed ex vicecapogruppo alla Camera ha lasciato FdI, ma continua a dichiarare che quello rimane politicamente il suo partito e che potrebbe rientrare.
La vicenda è diventata addirittura uno dei temi dell’inchiesta di Report sulle faide interne a FdI siciliana. Sulle ragioni delle sue dimissioni da vicecapogruppo esistono versioni contrapposte. Messina e alcune ricostruzioni giornalistiche parlano di pressioni provenienti dai vertici, mentre Donzelli nega che sia stato cacciato. Non è un dettaglio.
Perché il caso Messina dimostra che le tensioni interne non sono soltanto supposizioni giornalistiche ma hanno già prodotto conseguenze politiche concrete, anche se sulle responsabilità e sulle motivazioni esistono ricostruzioni differenti.
- LA VERA GUERRA È PER IL 2027
E allora forse bisogna cambiare domanda. Non chiedersi semplicemente: Donzelli contro La Russa? Pogliese contro Galvagno? La questione è più profonda.
CHI PORTERÀ A GIORGIA MELONI LE CHIAVI DEL PARTITO SICILIANO QUANDO SI DECIDERÀ IL CANDIDATO PRESIDENTE?
Perché quello sarà il momento della verità. Fino ad allora tutti possono stare sullo stesso palco. Donzelli può sedere accanto a Musumeci. Pogliese può partecipare alla stessa manifestazione di Razza. La Russa può aprire al bis di Schifani (per farsa?) mentre altri esponenti del partito ricordano che FdI possiede diversi candidati alternativi. È quando bisognerà scegliere un nome che gli equilibri diventeranno visibili.
Oggi, dunque, parlare di una guerra aperta fra due correnti sarebbe probabilmente prematuro. Ma parlare di una pace armata non appare affatto azzardato.
Da una parte c’è il partito-organizzazione Roma, Donzelli, gli organismi territoriali e un Pogliese sovradimensionato.
Dall’altra c’è un sistema di relazioni politiche costruito in decenni, nel quale La Russa conserva un peso enorme e nel quale Galvagno, Musumeci e Razza rappresentano, con caratteristiche molto differenti, centri di influenza difficilmente aggirabili. Nel mezzo c’è Luca Sbardella.
E forse il suo ruolo di commissario regionale racconta già molto, tenere insieme un partito che elettoralmente è cresciuto più velocemente di quanto riesca a stabilizzare i propri equilibri interni. E quando sul tavolo c’è Palazzo d’Orléans, le amicizie, come le inimicizie politiche, che possono diventare alleanze le cosesi complicano. E le nuove alleanze possono provocare guerre.