
Il premier si indica ma non si vota, il capolista lo scelgono i partiti e le preferenzei cittadini che riguardano soltanto gli altri candidati. Cinque candidature multiple, 75 collegi e un premio che può garantire stabilità in Parlamento.
C’è una parola che domina il dibattito sulla nuova legge elettorale: governabilità. È la promessa con cui la maggioranza difende lo “Stabilicum”, mentre le opposizioni lo hanno ribattezzato “Melonellum”. Ma dietro la disputa sui nomi c’è una questione molto più seria, come trovare un equilibrio tra la necessità di avere governi stabili e il diritto degli elettori a scegliere realmente i propri rappresentanti.
La riforma mantiene un impianto proporzionale, ma introduce un premio significativo. Se una lista o coalizione raggiungerà almeno il 42 per cento dei voti validi sia alla Camera sia al Senato, risultando prima in entrambi i rami, scatteranno 70 deputati e 35 senatori di premio. Se la soglia non sarà raggiunta, il premio non scatterà e la distribuzione dei seggi resterà proporzionale.
È una correzione importante del principio proporzionale. Quel 42 per cento diventa così la vera frontiera del sistema: sotto quella soglia si fotografa il consenso attraverso il proporzionale; sopra, la forza che ne ha diritto può ottenere una consistenza parlamentare maggiore. La governabilità viene quindi perseguita attraverso una trasformazione quantitativa del consenso in seggi. Ma è sul rapporto tra partiti ed elettori che lo Stabilicum presenta il suo aspetto più interessante.
Il nuovo sistema riguarda 75 collegi plurinominali: 49 alla Camera e 26 al Senato. In ciascun collegio ogni lista presenta sette candidati: un capolista e altri sei candidati. Il capolista rimane bloccato, mentre gli altri sei sono sottoposti alla scelta dell’elettore attraverso un massimo di tre preferenze, secondo le regole sull’alternanza di genere.
Per capire concretamente come funzionerebbe, immaginiamo una scheda nella quale compaia il simbolo del Partito A, seguito dal nome del capolista, Rossi, e dai sei candidati Bianchi, Verdi, Neri, Giallo, Esposito e Romani. L’elettore può votare il simbolo del Partito A e, se lo desidera, indicare fino a tre preferenze tra i sei candidati. Può quindi scegliere Bianchi, Neri e Romani, rispettando le regole di genere previste. Rossi, invece, non deve essere scelto con una preferenza, è il capolista bloccato e la sua posizione è stata stabilita dal partito.
Questo esempio rende evidente la doppia natura del sistema. Il voto al simbolo determina la forza elettorale della lista; le preferenze stabiliscono, nell’ambito dei candidati non bloccati, chi ha raccolto maggiore consenso personale. Il capolista segue invece la posizione assegnatagli dalla formazione politica.
Ed è qui che la promessa del ritorno delle preferenze incontra il limite della lista bloccata. L’elettore così può scegliere. Una parte della rappresentanza viene infatti determinata dalla posizione assegnata dal partito, quella del capolista, un’altra può essere conquistata attraverso il consenso personale.
Il capolista, inoltre, non è necessariamente soltanto il candidato più forte sul piano elettorale. La sua posizione può diventare lo strumento attraverso il quale una formazione politica valorizza personalità di particolare riconoscibilità, esperienza o esposizione pubblica, anche quando il loro consenso personale sia concentrato, territorialmente limitato o comunque difficile da misurare su scala più ampia. È una scelta che restituisce ai partiti un ruolo rilevante nella costruzione delle liste.
A questo si aggiunge la possibilità delle pluricandidature. Lo stesso candidato può essere inserito, con lo stesso simbolo, in un massimo di cinque collegi plurinominali, anche come capolista.
La norma può consentire a un leader o a una personalità particolarmente riconoscibile di essere presente in più territori. Se risulta eletto in più collegi, sarà poi necessario individuare il collegio nel quale manterrà il seggio secondo le regole previste dalla legge, mentre negli altri collegi subentrerà il candidato che ne ha diritto con più preferenze. La pluricandidatura diventa così anche uno strumento di gestione delle candidature e della rappresentanza territoriale.
La scheda elettorale diventa quindi il punto d’incontro tra tre livelli diversi: il simbolo del partito, il capolista scelto dalla formazione politica e gli altri candidati sui quali l’elettore può esprimere le proprie preferenze.
Poi c’è il candidato premier. Ogni forza politica dovrà indicare nel proprio programma il nome della persona che intende proporre alla Presidenza del Consiglio e, nel caso delle coalizioni, l’indicazione dovrà essere comune. Ma quel nome non comparirà sulla scheda elettorale e la nomina del Presidente del Consiglio continuerà a seguire il procedimento previsto dalla Costituzione.
Il messaggio politico sarà dunque chiaro, ma la scelta non sarà formalmente diretta, il premier viene indicato, ma non eletto. È una distinzione fondamentale, perché rafforza il collegamento politico tra il voto parlamentare e la futura guida del governo senza trasformare le elezioni politiche in un’elezione diretta del Presidente del Consiglio.
Lo Stabilicum prova quindi a tenere insieme due esigenze differenti. Da una parte rafforza i partiti nella selezione di una parte dei candidati, attraverso capilista bloccati e pluricandidature. Dall’altra restituisce all’elettore la possibilità di scelta attraverso le preferenze.
È un sistema ibrido, nel quale la rappresentanza nasce dall’incontro tra scelta del partito e consenso personale.
E proprio per questo la domanda centrale non è soltanto se la nuova legge produrrà maggiore stabilità. È capire quale sarà, concretamente, il peso del cittadino nella formazione del Parlamento.
Il 42 per cento potrà determinare il premio. I partiti continueranno a scegliere i capilista. Gli stessi candidati potranno correre fino a cinque collegi. Gli elettori potranno esprimere fino a tre preferenze sugli altri candidati. Il premier sarà indicato, ma non direttamente votato. Alla fine, dietro tutte queste formule, rimane il vero tema della legge elettorale, chi sceglie chi governa e, soprattutto, quanto conta quella scelta?
Lo Stabilicum prova a dare una risposta combinando governabilità, proporzionale, preferenze e scelte dei partiti. Sarà però nelle urne che si capirà se questo equilibrio avrà prodotto una maggiore corrispondenza tra consenso politico, rappresentanza parlamentare e capacità di governo.
Perché una legge elettorale non è mai soltanto una legge sui seggi. È il meccanismo attraverso il quale il voto di un cittadino diventa potere istituzionale. E quella trasformazione, più di qualsiasi nome dato alla riforma, sarà il vero banco di prova dello Stabilicum. Tutto ciò aspettando la rilettura alla Camera che è prevista per il 28 settembre.