C’è grande commozione nei corridoi del CEFPAS. Pare che qualcuno abbia persino abbassato le luci, altri abbiano stappato una bottiglia, mentre i più prudenti abbiano già iniziato a cancellare chat, telefonate e tracce di improvvise amicizie istituzionali.
Dopo quasi otto anni di regno incontrastato, infatti, Roberto Sanfilippo lascia il comando dell’ente, in pratica viene cacciato. Una stagione lunga, lunghissima, durante la quale al CEFPAS si è visto di tutto, incarichi che spuntavano come funghi dopo la pioggia, equilibri politici degni del Congresso di Vienna, fedeltà granitiche improvvisamente convertite in amnesie collettive e una certa elasticità amministrativa che avrebbe fatto impallidire persino le Cirque du Soleil. E dire che da anni c’era chi denunciava. Pochi. Anzi, pochissimi. Praticamente noi da soli.
Mentre buona parte della politica siciliana faceva finta di non vedere, o vedeva benissimo ma preferiva guardare altrove, qualcuno (noi) continuava a raccontare ciò che accadeva dentro quello che avrebbe dovuto essere un centro d’eccellenza della formazione sanitaria e che invece, in certe stagioni, sembrava più un ufficio di collocamento relazionale e parentale della politica regionale.
Il bello della vicenda è che tutti sapevano. A Palermo, quando una cosa la sanno tutti, significa che è diventata patrimonio immateriale dell’UNESCO. Eppure nulla si muoveva.
Il presidente della Regione Renato Schifani, raccontano i ben informati, avrebbe anche tentato la carta del commissariamento. Un tentativo quasi romantico, durato probabilmente quanto un gelato al sole di agosto. Poi sono arrivate le telefonate, i mal di pancia, le moral suasion, le improvvise difese della “continuità amministrativa”, formula elegantissima che in Sicilia significa spesso “non toccate nulla perché salta tutto”.
Ed ecco allora la grande alleanza trasversale del “lasciate stare”. Una specie di ONU delle convenienze, pezzi della Lega (Stancanelli), dell’MPA (Di Mauro), di Forza Italia (Gallo Afflitto, Michele Mancuso & C.), forse qualche centrista della collezione cuffariana, tutti improvvisamente uniti da un sentimento profondo verso il CEFPAS. Diventato più che un ente della formazione sanitaria, un raro esempio di ecumenismo politico.
Adesso, però, il reuccio non c’è più. E il trono, temporaneamente, passa al direttore amministrativo Testaì (del quale parleremo in seguito). Una soluzione che ricorda molto quelle serie televisive in cui, morto il protagonista principale, entra in scena il vice che però era presente in tutte le puntate precedenti e conosce perfettamente il copione, ogni segreto del castello. Anche qui le polemiche non mancano. Anche qui le ombre sono tante.
Perché se una gestione viene raccontata come un sistema di clientele, prebende, fedeltà e rapporti opachi, è difficile immaginare che chi l’ha sostenuta fino all’altro ieri possa improvvisamente trasformarsi nel paladino della discontinuità amministrativa.
Sarebbe un po’ come affidare la dieta al gourmet di un ristorante. Ma attenzione, questa storia non è finita. Perché le denunce dell’onorevole Nello Di Pasquale potrebbero avere sviluppi importanti. E soprattutto fuori dai palazzi della politica regionale. Ci sono altri palazzi molto interessati e molto meno tolleranti, decisamente meno inclini alle mediazioni, che potrebbero voler capire cosa sia realmente accaduto negli anni del grande regno sanfilippiano.
Il punto vero, infatti, è che la “parentopoli” potrebbe essere soltanto la parte folkloristica della vicenda, la punta dell’iceberg del malaffare. La più facile da raccontare. La più digeribile nei talk e nei comunicati.
Dietro, però, c’è molto altro, gestione del potere, utilizzo delle risorse pubbliche, sistemi di consenso, fedeltà costruite a colpi di incarichi e quella storica convinzione tutta siciliana secondo cui un ente pubblico non serve ai cittadini ma agli equilibri della politica.
Il CEFPAS oggi cambia guida. Ma la domanda vera è un’altra, cosa cambia davvero il sistema oppure si sta solo ridipingendo il castello aspettando che passi la tempesta?Perché in Sicilia il problema non è solo il re. È la anche corte.