Ci sono riforme che non fanno rumore nelle piazze, non promettono finanziamenti, non inaugurano opere pubbliche e non portano consenso immediato. Eppure sono quelle che lasciano il segno più profondo nelle istituzioni. La proposta avanzata dal presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gaetano Galvagno, di abolire o limitare drasticamente il voto segreto all’ARS appartiene proprio a questa categoria.
Non è una battaglia di maggioranza contro opposizione. Non è una risposta episodica alle difficoltà incontrate dal governo Schifani durante alcune votazioni. È, prima di tutto, una riflessione sul significato stesso del mandato parlamentare.
In una democrazia matura ogni deputato rappresenta i cittadini e risponde ai cittadini. Se un parlamentare vota una legge, la modifica o la respinge, è naturale che chi lo ha eletto possa conoscere quella scelta. La responsabilità politica esiste proprio perché il voto è riconducibile a chi lo esprime. Diversamente, il rapporto fiduciario tra elettori ed eletti si affievolisce fino a diventare opaco.
Per questo motivo la proposta di Galvagno assume un valore che va ben oltre l’attualità politica. È una riforma di sistema, che paragoneremmo a quella dell’elezione diretta del Presidente della Regione.
Negli ultimi decenni il Parlamento nazionale ha progressivamente ridotto il ricorso al voto segreto, proprio per evitare che esso diventasse uno strumento attraverso il quale si potessero consumare ribaltoni silenziosi, regolamenti di conti interni o scelte difficilmente spiegabili all’opinione pubblica. La Sicilia, invece, continua a convivere con un meccanismo regolamentare che, in più occasioni, ha prodotto risultati imprevedibili e alimentato il sospetto che dietro l’anonimato possano nascondersi convenienze politiche piuttosto che autentica libertà di coscienza.
Naturalmente il voto segreto nasce con una finalità nobile, proteggere il parlamentare da pressioni indebite. È un principio che conserva una sua dignità soprattutto quando si discutono questioni etiche o diritti fondamentali. Ma quando diventa la regola e non l’eccezione, il rischio è che la tutela della libertà individuale si trasformi nell’assenza di responsabilità collettiva.
Ed è qui che emerge l’aspetto più interessante dell’iniziativa del presidente dell’ARS. Galvagno non ha imposto una riforma. Ha scelto il terreno del confronto. Ha dichiarato di essere disponibile perfino a ritirare tutte le altre modifiche regolamentari pur di costruire un’intesa condivisa sul voto segreto. Ha inoltre chiarito che le nuove regole entrerebbero in vigore solo dalla prossima legislatura, eliminando qualsiasi sospetto di un intervento pensato per favorire gli equilibri politici dell’attuale Assemblea.
È una scelta che rafforza la credibilità della proposta. Significa discutere delle regole senza l’urgenza del vantaggio immediato. Il termine fissato al 21 settembre rappresenta quindi un banco di prova per tutta la politica siciliana. Non soltanto per la maggioranza, ma anche per le opposizioni, chiamate a misurarsi su una questione che riguarda la qualità delle istituzioni prima ancora degli schieramenti.
La vera domanda non è se abolire il voto segreto favorisca questo o quel governo. La domanda è un’altra, un cittadino ha il diritto di sapere come vota il deputato che rappresenta il suo territorio?
Se la risposta è sì, allora la trasparenza diventa il principio guida e il voto segreto deve restare confinato alle sole eccezioni realmente giustificate.
La Sicilia ha spesso dimostrato di saper anticipare il dibattito nazionale. Oggi ha l’occasione di farlo ancora, scegliendo una politica che abbia meno ombre e più responsabilità.
Perché la forza delle istituzioni non si misura soltanto dalle leggi che approvano, ma anche dal coraggio con cui decidono di rendere conto delle proprie scelte.
Se questa riforma vedrà la luce, il merito non sarà di una parte politica contro l’altra. Sarà di un Parlamento che avrà scelto di guardare negli occhi i cittadini, rinunciando a quel velo di anonimato che troppo spesso ha alimentato dubbi, sospetti e sfiducia.
Ed è proprio da qui che può cominciare una nuova stagione della politica siciliana, non dal segreto, ma dalla responsabilità.