
DAL M5S A CONTROCORRENTE, FINO AI NUOVI TRIBUNI DIGITALI DELL’ANTIPOLITICA. CAMBIANO I VOLTI, GLI SLOGAN E GLI ALGORITMI. MA SENZA UNA PROPOSTA, LA PROTESTA RESTA SOLTANTO RUMORE.
C’è una nuova categoria di profeti che si aggira nella politica, i professionisti dell’indignazione permanente. Non hanno bisogno di programmi, hanno bisogno di un nemico. Non devono spiegare come amministrare una città, una Regione o un Paese; devono semplicemente raccontare quanto siano incapaci quelli li hanno preceduti. Non devono costruire una maggioranza, approvare un bilancio, trovare le risorse per un’opera pubblica, affrontare una crisi occupazionale o assumersi il peso di una scelta impopolare. Devono soltanto urlare più forte degli altri.
Nell’epoca dei social questo è diventato persino un modello politico. Il nuovo aspirante rivoluzionario non sale necessariamente su un palco, sale sull’algoritmo. Non ha bisogno di una sezione, di una struttura territoriale, di una classe dirigente. Gli bastano una telecamera, un microfono, una frase ad effetto e qualcuno da mettere alla gogna. Il risultato è una forma di antipolitica ancora più povera di quella conosciuta in passato, la politica trasformata in contenuto digitale e in avanspettacolo. E qui comincia il paradosso. Perché tutti vogliono cambiare il sistema, ma pochissimi sembrano interessati a spiegare seriamente che cosa intendano costruire al suo posto.
- IL M5S E LA RIVOLUZIONE CHE SCOPRÌ IL PALAZZO
Il Movimento 5 Stelle rappresenta probabilmente uno dei casi più evidenti di questa contraddizione. È nato attaccando la “casta”, i partiti, i professionisti della politica e i privilegi del Palazzo. Ha costruito una parte enorme del proprio consenso sulla promessa di rompere con la politica tradizionale, di aprire il Parlamento come una scatoletta e di restituire il potere ai cittadini. Poi, inevitabilmente, è arrivato il momento di governare. Ed è stato proprio allora che la rivoluzione ha incontrato la realtà.
Perché governare significa trattare, mediare, scegliere, assumersi responsabilità. Significa costruire maggioranze, approvare provvedimenti, confrontarsi con interessi diversi e, soprattutto, prendere decisioni che inevitabilmente scontenteranno qualcuno. Significa sedersi al tavolo con quelle stesse forze politiche che, quando si era fuori dal Palazzo, rappresentavano il male assoluto.
Il Movimento è entrato nelle istituzioni e ha scoperto una verità che ogni rivoluzionario dovrebbe conoscere prima di chiedere il voto: il potere non è semplicemente una stanza piena di cattivi da cacciare. È una macchina complessa che qualcuno deve comunque far funzionare.
Ed è stato proprio in quel passaggio che la purezza dell’antipolitica ha cominciato inevitabilmente a scontrarsi con la politica reale.
Non significa che tutto ciò che il M5S abbia fatto sia stato sbagliato, né che ogni sua battaglia fosse priva di senso. Significa qualcosa di molto più semplice e molto più importante: denunciare il potere e gestirlo sono due mestieri completamente diversi.
La denuncia produce consenso. Il governo produce responsabilità. E la responsabilità è infinitamente meno popolare.
- IL VIZIO DI CONTROCORRENTE
Oggi lo stesso meccanismo rischia di ripresentarsi sotto altre insegne.
Controcorrente intercetta certamente un malessere reale, una stanchezza diffusa verso una politica percepita da molti cittadini come autoreferenziale, distante e incapace di rispondere ai problemi quotidiani. Sarebbe miope negarlo. Quel disagio esiste e la politica tradizionale farebbe un errore gravissimo a ignorarlo. Ma proprio per questo bisogna essere ancora più esigenti con chi pretende di interpretarlo. Perché essere contro è la parte più facile della politica.
Essere contro qualcuno garantisce immediatamente un’identità. Essere contro un’amministrazione permette di trasformare qualsiasi problema in una prova della sua incapacità. Essere contro un partito consente di raccogliere il consenso di chi quel partito non lo sopporta. Essere contro il sistema permette persino di evitare la domanda più scomoda di tutte, quale sistema volete costruire?
Ed è qui che l’antipolitica rischia di diventare una scorciatoia. Perché protestare contro una strada dissestata è facile. Spiegare come rifarla, con quali risorse, con quale progetto, con quali tempi e rinunciando a quali altre spese è politica.
Denunciare un ospedale che non funziona è facile. Spiegare come reperire medici, risorse, strutture e organizzazione è politica.
Andare davanti a un’opera incompiuta, girare un video e indignarsi è facile. Costruire il percorso amministrativo, finanziario e progettuale per completarla è politica.
La differenza è tutta qui. Il sopralluogo può essere giornalismo, può essere denuncia, può essere legittima pressione politica. Ma quando il sopralluogo diventa il fine e non l’inizio di una proposta, allora resta soltanto una fotografia del problema. E di fotografie dei problemi ne abbiamo già abbastanza.
- I NUOVI TRIBUNI DELLA PLEBE DIGITALE
Poi ci sono loro gli influencer estemporanei, i nuovi tribuni digitali che hanno scoperto una vocazione politica attraverso la telecamera dello smartphone.
Personaggi che magari fino a ieri non hanno avuto alcuna esperienza amministrativa e che improvvisamente si trasformano in interpreti del popolo perché un video raccoglie migliaia di visualizzazioni. Qui occorre essere brutali.
Un numero di follower non è una classe dirigente. Una diretta TikTok o Facebook non è un consiglio comunale. Un reel non è un piano regolatore. Un post indignato non è un bilancio. E una folla digitale non è automaticamente una comunità politica.
Il problema non è che un influencer entri in politica. Al contrario, chiunque abbia qualcosa di serio da offrire alla collettività deve poterlo fare. Il problema nasce quando la visibilità viene scambiata per competenza, la provocazione per proposta, l’indignazione per capacità amministrativa e il numero dei follower per consenso politico strutturato.
È qui che il nuovo populismo digitale rischia di diventare soltanto la versione aggiornata di quello vecchio. Perché il populista tradizionale aveva la piazza. Il populista digitale ha l’algoritmo. Ma il meccanismo può essere identico.
Creare un nemico, alimentare la rabbia, semplificare la realtà, dividere il mondo tra buoni e cattivi e trasformare ogni problema in un’occasione per raccogliere consenso. Solo che amministrare una città non è produrre contenuti. Un algoritmo può premiare una provocazione in trenta secondi. Un’amministrazione pubblica può impiegare mesi per risolvere un problema. E soprattutto l’algoritmo non approva un bilancio comunale.
- IL POTERE CAMBIA QUESTI TRIBUNI PIÙ RAPIDAMENTE DI QUANDO LORO RIESCONO A CAMBIARE IL POTERE
C’è una ragione per cui l’antipolitica funziona così bene, offre una non soluzione psicologicamente perfetta alla complessità. La colpa è sempre di qualcun altro.
Se una strada è dissestata, è colpa dell’amministrazione. Se un ospedale funziona male, è colpa della politica. Se i giovani emigrano, è colpa del Palazzo. Se le tasse sono alte, è colpa della casta. Se un progetto non parte, è incompetenza.
A volte è persino vero. Ma la politica comincia precisamente dopo averlo detto. Perché bisogna spiegare come risolvere il problema. Con quali soldi. Con quali strumenti. Con quali tempi. E soprattutto quale prezzo sarà necessario pagare.
Perché le risorse sono limitate, i problemi sono infiniti e ogni scelta produce una conseguenza. Questa è la parte che l’antipolitica tende sistematicamente a rimuovere. Promette di eliminare i problemi senza spiegare il prezzo delle soluzioni.
E quando qualcuno chiede conto delle soluzioni, spesso la risposta torna a essere la stessa, il problema sono gli altri. È un meccanismo perfetto. Finché non devi governare.
- IL PARADOSSO DI RUSSELL LETTO ATTRAVERSO LA POLITICA
Russell mostra come due principi politicamente contraddittori possono essere contemporaneamente presenti nella stessa azione politica generando un paradosso.
È qui che la suggestione di Bertrand Russell diventa una lente interessante per leggere la politica contemporanea. Non nel senso matematico del suo celebre paradosso, naturalmente, ma come metafora di una contraddizione politica apparentemente irrisolvibile.
Il sistema può avere bisogno di essere cambiato. E, contemporaneamente, chiunque conquisti il potere può finire per essere assorbito dalla logica del sistema che voleva cambiare. Le due cose possono essere vere contemporaneamente. Chi denuncia il Palazzo può avere ragione. Ma quando entra nel Palazzo deve dimostrare di saper governare.
Chi denuncia la vecchia politica può avere ragione. Ma quando diventa politica deve dimostrare di non essere semplicemente la vecchia politica con un altro nome, un altro simbolo e qualche telecamera in più. Chi accusa gli altri di essere autoreferenziali può avere ragione. Ma deve dimostrare di non costruire intorno a se stesso una nuova forma di autoreferenzialità.
È questo il vero paradosso. Il potere cambia posto. Non cambia natura. E la storia politica lo ha dimostrato più volte.
LA RIVOLUZIONE FINISCE QUANDO ARRIVA IL GIORNO DOPO
Il problema dei nuovi profeti dell’antipolitica è proprio il giorno dopo. Finché sei fuori puoi attribuire tutto agli altri. Quando entri dentro, ogni problema diventa anche tuo. Finché sei all’opposizione puoi promettere. Quando governi devi mantenere. Finché denunci puoi semplificare. Quando sei costretto a decidere devi conoscere la complessità. Finché protesti puoi dire “mandiamoli a casa”. Quando arrivi al loro posto devi spiegare cosa farai la mattina successiva.
Ed è proprio lì che molte rivoluzioni si sgonfiano. Perché il giorno dopo le elezioni non esistono più soltanto i problemi degli altri. Esistono i tuoi. E a quel punto non basta più un video. Non basta un titolo aggressivo. Non basta una diretta. Non basta un post virale.
Bisogna decidere. E decidere significa inevitabilmente scontentare qualcuno.
IL POPOLO NON HA BISOGNO DI PROFETI. HA BISOGNO DI RISPOSTE, DI UNA VISIONE.
La cosa più pericolosa, dunque, non è l’antipolitica. È l’antipolitica senza progetto, senza visione e senza responsabilità. Perché una protesta senza proposta può diventare una macchina di consenso. Ma una macchina di consenso non è necessariamente una macchina di governo. Ed è qui che bisogna smettere di fare sconti ai nuovi tribuni della plebe digitale. Se si vuole sostituire una classe dirigente, bisogna dimostrare di essere una classe dirigente migliore. Altrimenti non è rivoluzione. È soltanto occupazione dello spazio lasciato libero dalla politica tradizionale.
Per questo i tanti “tribuni della plebe” che attraversano le città, fotografano problemi, denunciano degrado e costruiscono indignazione dovrebbero cominciare a rispondere a una domanda semplicissima, quando si passerà dalla protesta alla proposta? Perché IL VERO TEST COMINCIA QUANDO FINISCONO I LIKE.