
da Palermo Giovanni Coriolano*
C’è una domanda che la politica siciliana dovrebbe avere il coraggio di porsi senza aspettare la prossima inchiesta giudiziaria: come vengono scelti gli uomini ai quali la Regione Siciliana affida incarichi delicatissimi?
Non è una domanda che riguarda soltanto Angelo Pizzuto. E, soprattutto, non riguarda la sua eventuale responsabilità penale, che appartiene esclusivamente alla magistratura. Pizzuto è stato arrestato con l’accusa di corruzione nell’ambito dell’inchiesta sulla Motorizzazione di Palermo e respinge le contestazioni attraverso i suoi legali. La cronaca giudiziaria farà il proprio corso e saranno i giudici, nelle sedi competenti, a stabilire eventuali responsabilità.
Ma esiste un’altra storia, tutta politica e amministrativa, che merita di essere raccontata. Una storia che viene da molto più lontano dell’arresto e che attraversa quattordici anni di politica regionale siciliana.
È la storia di una carriera costruita tra enti pubblici, uffici di diretta collaborazione, segreterie, gabinetti e incarichi fiduciari. Ed è proprio questa successione di ruoli a porre una domanda che la politica non può eludere: con quali criteri vengono selezionate le persone alle quali vengono affidate funzioni pubbliche di crescente responsabilità?
- QUATTORDICI ANNI DI INCARICHI
Pizzuto non compare improvvisamente sulla scena regionale nel 2025, quando arriva alla direzione della Motorizzazione civile di Palermo. Il suo percorso affonda le radici nel 2012, quando Alessandro Aricò era assessore regionale al Territorio e Ambiente e Pizzuto operava già negli uffici di diretta collaborazione dell’assessore.
Il 26 luglio 2012, con decreto del presidente della Regione numero 362, Pizzuto venne nominato presidente dell’Ente Parco delle Madonie. È un passaggio importante perché fotografa già allora un rapporto politico-professionale con Alessandro Aricò destinato a non esaurirsi con quella stagione di governo.
Passano gli anni, cambiano i governi, cambiano gli assessorati, ma il rapporto professionale torna a manifestarsi. Nel 2022 Pizzuto rientra negli uffici di diretta collaborazione di Aricò, allora assessore alla Formazione. Nel novembre dello stesso anno Aricò assume l’incarico di assessore regionale alle Infrastrutture e alla Mobilità e Pizzuto viene coinvolto nuovamente nella struttura politica dell’assessorato, fino ad assumere il ruolo di coordinatore della segreteria tecnica.
Nel luglio 2023 arriva un ulteriore passaggio, Aricò trasmette alla Giunta regionale la proposta di nominare Pizzuto Mobility manager aziendale della Regione Siciliana. La nomina viene formalizzata con il decreto assessoriale numero 39 del primo agosto 2023. Il documento regionale identifica Pizzuto come capo della segreteria tecnica degli uffici di diretta collaborazione dell’assessore. Poi arriva il ruolo di capo di gabinetto dell’assessorato. Infine la Motorizzazione civile di Palermo, dove Pizzuto assume la direzione dal primo gennaio 2025.
Guardata nella sua interezza, la sequenza racconta una lunga permanenza all’interno dei circuiti politico-amministrativi regionali. Ed è qui che bisogna fermarsi. Non per chiedersi se Pizzuto sia colpevole. Quella è una domanda giudiziaria. La domanda politica è un’altra: quali sono stati, incarico dopo incarico, i criteri attraverso i quali è stato ritenuto la persona giusta per ricoprire quei ruoli?
- IL PROBLEMA NON È LA FIDUCIA. È QUANDO LA SOLA FIDUCIA DIVENTA METODO
In politica la fiducia personale esiste ed è fisiologica. Un assessore ha il diritto di scegliere i propri collaboratori negli uffici di diretta collaborazione e di circondarsi di persone nelle quali ripone fiducia. Il problema nasce quando la fiducia politica rischia di trasformarsi in un lasciapassare permanente per una carriera amministrativa. Perché una cosa è la scelta di un collaboratore politico. Un’altra è la successione nel tempo di incarichi pubblici, tecnici e amministrativi nei quali la relazione fiduciaria sembra accompagnare la persona da una posizione all’altra.
A quel punto la domanda sul merito diventa inevitabile. Non basta più dire che una nomina è formalmente legittima. Bisogna spiegare perché quella persona sia stata scelta, quali competenze siano state considerate decisive, quale curriculum sia stato ritenuto adeguato e quali professionalità alternative siano state prese in considerazione.
È qui che la politica dovrebbe dimostrare la propria trasparenza. Perché la legittimità di un atto non esaurisce necessariamente la questione dell’opportunità politica di una nomina.
- IL FANTASMA DELL’“AMICHETTISMO FIDELIZZATO”
È una parola sgradevole, ma rende bene l’idea: amichettismo. Non significa illegalità. Non significa corruzione. Non significa nemmeno che chi viene scelto sia privo di competenze. Significa però che esiste un rischio, nella pubblica amministrazione, quando la relazione personale con il decisore politico diventa più importante della dimostrazione pubblica e verificabile delle competenze.
È il rischio di un sistema nel quale non basta essere preparati: bisogna essere conosciuti. Non basta avere esperienza: bisogna essere affidabili per qualcuno. Non basta possedere un curriculum: bisogna appartenere a un circuito. Ed è proprio questo il meccanismo che la politica dovrebbe evitare.
Perché il messaggio che arriva fuori dai palazzi regionali può diventare devastante, non serve necessariamente essere il più competente, bisogna essere quello giusto per il potente giusto. Una Regione che voglia parlare seriamente di meritocrazia non può permettersi di trasmettere questa percezione.
- QUANDO LA FIDUCIA DIVENTA PERMANENZA
Il problema diventa ancora più evidente quando non si tratta più di un singolo incarico, ma di una continuità di rapporti che attraversa gli anni. Un incarico fiduciario può essere fisiologico. Una lunga successione di incarichi fiduciari merita invece una verifica politica molto più rigorosa, proprio perché coinvolge il modo in cui viene costruita e rinnovata la classe dirigente della pubblica amministrazione.
Non perché ci sia automaticamente qualcosa di illecito, ma perché l’amministrazione pubblica non dovrebbe trasformarsi in un circuito nel quale le stesse persone continuano a ruotare tra le stesse stanze. Il cittadino ha il diritto di sapere non soltanto chi è stato nominato, ma soprattutto perché è stato nominato. E questa differenza è sostanziale.
- LA TRASPARENZA NON PUÒ ESSERE SOLTANTO UN DECRETO PUBBLICATO ONLINE
Pubblicare un decreto sul sito istituzionale è un atto dovuto. Ma la trasparenza vera comincia dopo. Significa rendere comprensibile il processo che conduce alla scelta. Significa spiegare quali requisiti siano stati considerati, quali esperienze professionali abbiano avuto peso, quali competenze siano state ritenute necessarie e perché proprio quella persona sia stata individuata per ricoprire quell’incarico.
La pubblicazione dell’atto rende pubblico il risultato. La spiegazione dei criteri rende trasparente il processo. Ed è soprattutto quest’ultimo elemento che dovrebbe interessare una Regione moderna.
Perché quando una nomina riguarda una posizione strategica, il cittadino non dovrebbe essere costretto a ricostruire anni dopo, attraverso articoli di giornale o inchieste giudiziarie, il percorso che ha portato una persona da una segreteria a un gabinetto, da un ente a un altro incarico e infine a una posizione di vertice.
- IL CASO PIZZUTO NON DEVE DIVENTARE UNA SENTENZA POLITICA
Proprio per questo bisogna essere chiari. L’arresto di Pizzuto non dimostra che le precedenti nomine siano state illegittime. Non dimostra che le persone che lo hanno scelto abbiano commesso illeciti. Non dimostra neppure che gli incarichi ricoperti nel corso degli anni siano stati immeritati. Sarebbe scorretto sostenere una cosa del genere. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che, siccome esiste un procedimento giudiziario in corso, non sia più possibile discutere delle modalità attraverso cui quella carriera è stata costruita. Le due questioni sono diverse. La magistratura deve accertare eventuali responsabilità personali. La politica deve invece rispondere dei propri criteri di scelta. E questa seconda responsabilità non può essere delegata ai tribunali.
- IL VERO PROBLEMA È IL SISTEMA
Il caso Pizzuto, dunque, può diventare un’occasione per porre una questione molto più ampia, come quella posta per il caso CEFPAS. La Regione Siciliana vuole davvero costruire la propria classe dirigente sulla competenza, sulla professionalità e sulla trasparenza? Se la risposta è sì, allora deve essere possibile dimostrarlo con procedure e criteri comprensibili.
Bisogna arrivare al punto in cui, davanti a una nomina, nessuno debba chiedersi anzitutto “di chi è uomo?”, ma “che cosa sa fare?” È una differenza enorme. Perché la pubblica amministrazione non appartiene agli assessori, ai partiti o alle correnti. Appartiene ai cittadini. E chi viene chiamato a guidare un ente, un ufficio o una struttura regionale non dovrebbe avere come principale titolo la propria vicinanza a un potente di turno, ma la capacità di svolgere nell’interesse pubblico il compito che gli viene affidato.
Alla fine, la questione non riguarda soltanto Angelo Pizzuto. Riguarda un modello politico. Riguarda la cultura delle nomine. Riguarda il modo in cui la Sicilia seleziona la propria classe dirigente. E riguarda soprattutto una domanda semplice, quasi banale, ma proprio per questo fondamentale, quando viene effettuata una nomina, viene scelta davvero la persona più adeguata oppure viene scelto solo qualcuno che gode già della fiducia del decisore politico?
Non c’è nulla di scandaloso nel porre questa domanda. Lo scandalo, semmai, sarebbe non volerla affrontare. Perché la Regione può continuare a cambiare governi, assessori, maggioranze e coalizioni. Può cambiare le targhe sulle porte degli assessorati e riscrivere gli organigrammi.
Ma se il criterio resta sempre lo stesso, il rischio è che cambino i governi senza cambiare davvero il sistema. Ed è allora che la parola meritocrazia rischia di diventare soltanto uno slogan.
La politica siciliana dovrebbe invece dimostrare, ogni volta che assegna un incarico, che la competenza viene prima della fedeltà, il curriculum prima della relazione personale e l’interesse pubblico prima della convenienza politica.
Perché una Regione seria non deve chiedere ai cittadini di fidarsi delle nomine. Deve mettere i cittadini nelle condizioni di capire perché quelle nomine sono state fatte. E forse è proprio questa la vera trasparenza.