C’è una domanda che, in questa storia, vale più di cento comunicati, dieci talk show e un esercito di tifosi pronti a santificare Sigfrido Ranucci e trasformarlo in vittima prima ancora che la VERITÀ si esprima?
Può un giornalista che conduce inchieste politiche mantenere intatta la propria credibilità quando, nello stesso periodo, intorno a lui prende forma un progetto per misurarne il consenso e ipotizzarne una discesa in politica?
Non stiamo parlando, sia chiaro, di aspetti penali. E sarebbe scorretto farlo. Stiamo parlando di opportunità, indipendenza, credibilità e conflitto di interessi giornalistico.
Le cronache hanno documentato l’esistenza di un sondaggio preparato da Valter Lavitola per testare il potenziale politico di Ranucci, immaginato come possibile figura alternativa alla leadership di Schlein e Conte nel centrosinistra. Il questionario è stato diffuso e Ranucci stesso ha riconosciuto di averlo visto e di aver contribuito a correggerlo, pur sostenendo di non aver mai avuto intenzione di candidarsi. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito.
Perché se davvero Ranucci non aveva alcuna intenzione di entrare in politica perché mettere mano al questionario che avrebbe dovuto misurare il proprio potenziale elettorale?
La risposta fornita dal giornalista è che Lavitola lo avrebbe sollecitato ripetutamente e che lui avrebbe semplicemente sistemato una griglia di domande. Una spiegazione possibile. Ma non necessariamente sufficiente a cancellare il problema di opportunità.
Perché il giornalismo non vive soltanto di sentenze. Vive di percezione di indipendenza. E soprattutto vive di una regola non scritta ma fondamentale: chi giudica la politica dovrebbe stare molto attento a non sembrare, contemporaneamente, qualcuno che sta preparando il proprio ingresso nella politica. Altrimenti accade una cosa curiosa. Il giornalista intervista il politico. Il giornalista indaga sul politico. Il giornalista mette sotto osservazione il politico. E intanto, da qualche altra parte, qualcuno prepara un sondaggio per capire se il giornalista potesse diventare un politico.
È una specie di inversione dei ruoli. Una commedia all’italiana con la telecamera nascosta. Solo che qui la telecamera, stavolta, non sarebbe puntata sugli altri. Sarebbe puntata sul giornalista.
C’è poi un’altra questione che non può essere liquidata con il solito riflesso condizionato, “Aspettiamo la magistratura”. Certamente. La magistratura deve accertare eventuali responsabilità penali. E fino a sentenza definitiva vale la presunzione di innocenza.
Ma la responsabilità penale e la responsabilità professionale, l’etica, non sono la stessa cosa. Un giornalista può non commettere alcun reato e, contemporaneamente, trovarsi davanti a un gigantesco problema di opportunità professionale. È esattamente questo il punto.
Aldo Grasso, sul Corriere della Sera, ha messo in discussione proprio il rapporto tra opinione, metodo giornalistico e credibilità, osservando come nel caso Ranucci il confine tra informazione e opinione rischi di diventare sempre più labile. In un suo commento del luglio scorso ha inoltre contestato il paradosso di invocare il segreto mentre si utilizza un metodo giornalistico fondato anche su fonti riservate, audio e strumenti investigativi borderline.
E allora eccola, la parola che dovrebbe interessare più di tutte, credibilità che per un giornalista è capitale professionale. Quando viene consumata, non basta un’assoluzione a ricomprarla.
La vicenda diventa ancora più delicata perché il progetto politico ruota intorno a Valter Lavitola, persona con cui Ranucci ha ammesso di avere avuto un rapporto di amicizia stretto e con cui ha anche discusso di questioni e strategie giornalistiche.
Ranucci ha spiegato di aver cercato di “governare” il rapporto con Lavitola e ha raccontato, tra l’altro, di aver ricevuto il suo aiuto per un’intervista a Marcello Dell’Utri e di avergli dato indicazioni sul tema dei carbon credit.
Nel frattempo Lavitola è indagato nell’inchiesta sull’attentato a Ranucci e la Procura gli contesta ipotesi gravissime, tra cui il concorso nel tentato delitto di strage e altri reati aggravati dal metodo mafioso. Sono accuse, non sentenze. Ma proprio perché le accuse sono gravissime, il rapporto precedente fra i due diventa tossico e inevitabilmente materia di interesse pubblico. Non per emettere una sentenza. Per capire chi parlava con chi, perché e su quali interessi. E poi c’è la foto che meglio di ogni cosa chiarisce tutto. Ranucci, Lavitola e Tavares (oggi latitante in Africa) a cena, che secondo l’accusa parlava con camorristi per “la bomba”. Bisogna anche spiegare perché ci si trovava lì, con Lavitola e Tavares che intanto preparavano la bomba.
E arriviamo finalmente alla domanda iniziale. È corretto fare giornalismo d’inchiesta, unilaterale, sui politici mentre, nello stesso periodo, qualcuno sta lavorando per capire se tu stesso possa diventare candidato?
Non è una domanda di destra. Non è una domanda di sinistra. Non è una domanda pro o contro Ranucci. È una domanda di deontologia professionale.
Perché se la risposta fosse “sì, non c’è alcun problema”, allora bisognerebbe accettare che un giornalista possa contemporaneamente costruire la propria autorevolezza televisiva attraverso il racconto della politica e verificare, dietro le quinte, quanto quella stessa autorevolezza possa trasformarsi in consenso elettorale.
E allora qualcuno dovrebbe spiegare dove finisce il giornalista e dove comincia il potenziale candidato. E oggi, quel confine è diventato visibile. E quando un confine diventa visibile, non basta dire che non lo si è oltrepassato.
Il processo, se e quando arriverà a conclusioni definitive, stabilirà eventuali responsabilità penali. Ma la Rai non è un tribunale. E il giornalismo non è un’aula di giustizia. Non serve stabilire oggi se Ranucci sia colpevole di un reato.
Serve sapere se un giornalista del servizio pubblico può continuare a chiedere agli altri politici trasparenza, indipendenza e assenza di conflitti di interesse quando intorno a lui emerge un progetto politico costruito sulla sua stessa popolarità.
Vero è che la libertà di stampa è libertà di critica. Ma il giornalismo d’inchiesta, se vuole conservare la propria autorevolezza, deve accettare di essere sottoposto allo stesso controllo. Altrimenti il rischio è quello di trasformare l’inchiesta in un piedistallo. E dal piedistallo alla candidatura, nella politica italiana, a volte basta soltanto un sondaggio. E magari — questa è la parte ironica — qualche domanda fatta bene. Ma stavolta, le domande, sarebbe meglio farle a Ranucci.