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S.A.C. : Il miracolo della trasparenza, apparizione mariana all’aeroporto di Catania

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Esistono luoghi in cui avvengono fenomeni inspiegabili. Lourdes ha le guarigioni. Fatima ha le apparizioni. Catania, più modestamente, ha la trasparenza. Una trasparenza che, come certe comete, compare all’improvviso dopo anni di assenza, illumina il cielo della politica locale e lascia tutti a bocca aperta. Nessuno se l’aspettava. Nemmeno coloro che oggi la invocano con maggiore convinzione.

Attorno alla privatizzazione della SAC, la società che gestisce l’aeroporto di Catania, si sta consumando uno spettacolo che meriterebbe il patrocinio dell’Accademia d’Arte Drammatica. Da una parte ci sono politici che chiedono chiarezza. Dall’altra ci sono politici che chiedono chiarezza. In mezzo ci sono gli stessi politici che, fino a ieri, avevano responsabilità, ruoli, nomine, rapporti, competenze e conoscenze tali da poter illuminare il processo con fari da stadio. Ma evidentemente i fari erano spenti. O forse erano orientati altrove.

La scena è affascinante. Chi ha partecipato alla costruzione della casa oggi si presenta come ispettore edilizio. Chi ha firmato il progetto si propone come consulente per verificare se il progetto sia stato fatto bene. Chi era seduto nella cabina di comando adesso si aggira sul ponte chiedendo chi sia stato il capitano. Un capolavoro.

Improvvisamente tutti scoprono che la privatizzazione dell’aeroporto è una questione delicata. Improvvisamente tutti scoprono che servono approfondimenti. Improvvisamente tutti scoprono che bisogna fare attenzione. Peccato che la scoperta arrivi quando il treno è già partito, il biglietto è stato timbrato e il controllore sta già passando tra i vagoni. È come convocare una riunione urgente per discutere se sia opportuno sposarsi mentre gli invitati stanno mangiando la torta nuziale.

Naturalmente nessuno ammette di aver avuto responsabilità. Anzi. Nella politica catanese sembra essersi affermata una nuova legge della fisica, la responsabilità è una materia che evapora appena si avvicinano le elezioni. Tutti erano presenti, ma nessuno c’era. Tutti sapevano, ma nessuno sapeva. Tutti hanno deciso, ma nessuno ha deciso. Un fenomeno che dovrebbe interessare la comunità scientifica internazionale.

La verità è che la trasparenza, in politica, spesso segue lo stesso principio delle diete, tutti la invocano il lunedì mattina dopo avere passato il weekend a fare esattamente il contrario. E così assistiamo a una gara surreale tra protagonisti che cercano di interpretare contemporaneamente il ruolo dell’accusa, della difesa e del giudice.

Il risultato è un gigantesco processo nel quale gli imputati chiedono di conoscere i nomi degli imputati. La sensazione è che la vicenda della SAC sia diventata qualcosa di diverso dalla discussione sul futuro dell’aeroporto. Assomiglia sempre più a una partita di Risiko combattuta con comunicati stampa, consigli comunali straordinari e dichiarazioni prudentemente indignate. Le pedine si muovono. Le alleanze cambiano. Le distanze vengono prese con grande rapidità. Talmente grande che, a volte, sembra quasi che qualcuno stia cercando di allontanarsi da se stesso. Ed è qui che la trasparenza rischia di diventare una parola magica buona per ogni stagione. Una specie di deodorante istituzionale da spruzzare quando l’aria politica si fa pesante.

Ma la trasparenza, quella vera, ha un difetto terribile, arriva prima, non dopo. Si pretende all’inizio, non quando i giochi sono fatti. Si esercita quando si governa, non quando si cerca un nuovo posizionamento. Perché chiedere oggi ciò che si poteva garantire ieri produce un effetto inevitabile: più che un atto di vigilanza, sembra un tentativo di lavarsi le mani senza passare dal lavandino. E così la vicenda dell’aeroporto di Catania rischia di consegnarci l’ennesima fotografia della politica contemporanea: una grande rappresentazione teatrale in cui tutti denunciano il sistema, purché nessuno ricordi che ne hanno fatto parte. Applausi. Sipario. E imbarco immediato al gate della memoria selettiva.