C’è qualcosa che va oltre i numeri, oltre le percentuali, oltre persino i nomi dei vincitori e degli sconfitti. I ballottaggi nei comuni siciliani rappresentano molto più di una semplice tornata elettorale. Potrebbe essere il segnale di una frattura storica, l’inizio di una rivoluzione politica. Oppure potrebbero essere soltanto l’ennesima fiammata destinata a spegnersi, come già accaduto in passato?
La Sicilia ha già conosciuto le sue rivoluzioni annunciate. È accaduto con il Movimento 5 Stelle, che sembrava destinato a spazzare via il vecchio sistema per poi finire intrappolato nelle stesse logiche che aveva promesso di combattere. È accaduto con il fenomeno di Cateno De Luca, capace di intercettare rabbia e consenso popolare, ma incapace finora di trasformare quell’onda in un cambiamento strutturale e duraturo.
Per questo è presto per parlare di nuovo corso. La prudenza è d’obbligo.
Eppure c’è un dato che nessuno può ignorare. In questa tornata elettorale non stanno semplicemente perdendo dei candidati. Stanno vacillando interi sistemi di potere.
Ad Agrigento si consuma forse il passaggio più simbolico. Una città che per decenni è stata la rappresentazione plastica della politica dei notabili, delle correnti, delle clientele, dei gruppi di potere che si tramandano consenso e incarichi come patrimoni di famiglia. Una città nella quale sono confluiti deputati regionali, parlamentari, assessori regionali, uomini di governo e vecchie strutture democristiane sopravvissute a ogni mutazione politica. Un sistema che sembrava imperituro e che oggi scopre di non essere più invincibile.
Ma ancora più emblematico appare ciò che accade a Bronte. Per decenni il comune etneo è stato considerato un feudo politico quasi inespugnabile. Un impero costruito attorno a una leadership familiare che ha dominato la scena pubblica, amministrativa e politica, che ha un nome preciso, Pino Firrarello.
Un sistema talmente consolidato da apparire naturale, quasi invincibile. E invece oggi quel meccanismo mostra crepe profonde. Ad averlo sfidato non è un apparato, non è una coalizione di professionisti della politica, ma un avvocato di strada, Giuseppe Gullotta, uno di quelli che non appartengono ai salotti del potere.
È questo il dato che dovrebbe preoccupare le classi dirigenti siciliane. Non la sconfitta di un candidato. Non la perdita di una poltrona, ma la perdita quell’aura di invincibilità. Quando un impero crolla, il fatto storico non è la caduta in sé. È la scoperta collettiva che quell’impero che non poteva cadere, è caduto.
La politica tradizionale siciliana vive probabilmente uno dei momenti più drammatici della sua storia repubblicana. Non perché manchino i partiti o i simboli. Quelli esistono ancora. Non perché manchino i candidati. Anzi, abbondano. Manca qualcosa di molto più importante, la credibilità popolare.
Per anni la politica ha promesso sviluppo e ha prodotto dipendenza. Ha promesso merito e ha distribuito appartenenza. Ha promesso rinnovamento e ha riciclato sempre gli stessi nomi, le stesse famiglie, gli stessi gruppi di interesse. Oggi il conto sta arrivando.
I cittadini non sembrano più votare per entusiasmo. O votano contro qualcuno. Contro qualcosa. Contro sistemi percepiti come chiusi e autoreferenziali. Oppure non votano affatto. È il segnale più evidente della crisi.
Certo, sarebbe ingenuo immaginare che ogni volto nuovo rappresenti automaticamente il cambiamento. La storia insegna che molte rivoluzioni finiscono per assomigliare ai regimi che hanno abbattuto. La Sicilia ne sa qualcosa. Ma il messaggio che arriva dalle urne è comunque potente, nessuno è più intoccabile. E la politica viene “comandata” dai media.
E forse è proprio questo il vero risultato di questi ballottaggi. Non la vittoria di una parte politica sull’altra. Ma la sconfitta dell’idea che il potere sia eterno.
Se questa sarà davvero una rivoluzione o soltanto l’ennesima parentesi temporale, lo diranno i prossimi mesi o i prossimi anni anni. Oggi, però, una certezza c’è, gli imperi che sembravano destinati a durare per sempre hanno scoperto di essere mortali. E per una solita politica abituata a considerarsi padrona della Sicilia, è già una notizia enorme.