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AUTONOMIA O GATTOPARDO? LA POLITICA SICILIANA È ARRIVATA AL BIVIO. LOMBARDO CHIAMA, DE LUCA SFIDA. ADESSO PARLINO I FATTI.

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di Giovanni Coriolano*

La politica siciliana ha una straordinaria capacità, riesce a trasformare ogni stagione in una vigilia. È sempre il tempo di preparare qualcosa che deve ancora arrivare. Le elezioni, la grande alleanza, il nuovo progetto, la rifondazione del centro, il riscatto dell’autonomia. Eppure, mentre si discute del prossimo treno, la Sicilia continua troppo spesso a restare in panchina.

L’appello lanciato da Raffaele Lombardo a Scoglitti non è un semplice invito alla costruzione di un cartello elettorale. È qualcosa di più profondo. È il tentativo di rimettere insieme un’area politica dispersa da anni, autonomisti, cattolici popolari, moderati, civici, meridionalisti. Un universo che in Sicilia esiste ancora, ma che da tempo vive di frammenti, personalismi e sigle incapaci di trasformarsi in una proposta di governo.

Lombardo pone una domanda che nessuno può liquidare con superficialità, esiste ancora uno spazio politico tra i due poli tradizionali? E soprattutto, può la Sicilia tornare a parlare con una voce propria invece di limitarsi ad eseguire spartiti scritti altrove?

La risposta di Cateno De Luca è altrettanto significativa. Non chiude la porta. Anzi, la spalanca. Ma mette una condizione politica precisa, chi vuole guidare un progetto autonomista non può essere contemporaneamente pilastro della maggioranza che governa la Regione. È una provocazione, certo. Ma è anche una questione di credibilità. Perché l’autonomia, prima ancora di essere una bandiera, è una postura politica.

È difficile presentarsi come alternativa credibile se si continua a condividere responsabilità di governo con chi si vorrebbe superare. È il nodo che accompagnerà inevitabilmente il dibattito dei prossimi mesi. Ma il punto più interessante non riguarda nemmeno le alleanze. Riguarda il tempo.

Se davvero, come ipotizza De Luca, la legislatura regionale dovesse interrompersi prima della sua naturale scadenza, allora il confronto non potrà più essere rinviato. Bisognerà decidere rapidamente se costruire un soggetto politico capace di incidere o limitarsi all’ennesima sommatoria di liste destinate a pesarsi più che a contare.

Ed è qui che emerge la vera fragilità della politica siciliana. Da anni si discute quasi esclusivamente di geometrie elettorali. Chi sta con chi. Chi rompe. Chi rientra. Chi cambia casacca. Chi tratta una candidatura. Molto meno si discute della Sicilia. La Sicilia che perde giovani. La Sicilia che continua a esportare competenze. La Sicilia che fatica a trasformare miliardi di finanziamenti in opere. La Sicilia che continua ad avere una sanità diseguale, infrastrutture incompiute e una burocrazia spesso più forte della politica stessa.

Lombardo parla di un “programma essenziale”. Forse è proprio questa la parola chiave. Essenziale. Perché negli ultimi decenni la politica regionale ha prodotto programmi enciclopedici e risultati sempre più modesti. Servirebbero pochi obiettivi, chiari, misurabili e verificabili. E soprattutto servirebbe una classe dirigente che fosse giudicata sui risultati e non sulla capacità di costruire coalizioni.

Anche il passaggio di De Luca sulla “mela del peccato” merita una riflessione. La corruzione non nasce da un destino inevitabile. Nasce quando il potere smette di essere servizio e diventa proprietà, vedi lo scandalo CEFPAS, che oltre che giudiziario assume forti connotazioni politiche.

Quando le nomine rispondono alla fedeltà invece che al merito. Quando gli incarichi diventano strumenti di consenso anziché strumenti di governo. L’etica politica non si ottiene moltiplicando gli slogan sull’onestà. Si costruisce selezionando persone competenti, autonome e libere. È una rivoluzione molto più difficile, ma necessaria.

Infine c’è il rischio evocato dallo stesso De Luca, il “Gattopardo 4.0”. L’espressione è efficace perché descrive perfettamente una tentazione tutta siciliana. Cambiare linguaggio senza cambiare metodo. Costruire nuovi simboli lasciando intatti i vecchi meccanismi. Rinominare il centro senza ricostruire una cultura politica. La Sicilia non ha bisogno dell’ennesima operazione cosmetica. Ha bisogno di capire se esiste davvero una nuova classe dirigente oppure soltanto una nuova disposizione delle stesse pedine.

Per questo l’appello di Lombardo e la sfida raccolta da De Luca non sono semplicemente il primo capitolo della prossima campagna elettorale. Sono un test di verità. Perché il vero banco di prova non sarà il nome del candidato presidente. Sarà la capacità di dimostrare che l’autonomismo può tornare a essere un progetto di governo e non soltanto una nostalgia del passato.

Se prevarranno i programmi, la Sicilia potrebbe finalmente aprire una stagione diversa. Se invece torneranno a dominare i tatticismi, le trattative riservate e le convenienze del momento, cambieranno forse i protagonisti, cambieranno i simboli, cambieranno gli slogan. Ma, ancora una volta, cambierà tutto perché non cambi nulla?