
Borrelli, la battuta che diventa insulto a un popolo. E adesso Fratoianni e Bonelli dicano da che parte stanno
C’è una cosa che dovrebbe essere chiarissima, soprattutto a chi ha fatto della lotta alla xenofobia, al razzismo e ai pregiudizi una bandiera politica: gli stereotipi non diventano accettabili soltanto perché vengono pronunciati contro qualcuno che appartiene al campo politico avversario.
Francesco Emilio Borrelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, parlando dei Campi Flegrei, ha scelto di attaccare Nello Musumeci tirando in ballo i suoi antenati e, attraverso di loro, la Sicilia: secondo la frase riportata dalle cronache, gli antenati di Musumeci «stavano ancora sugli alberi a mangiare banane» quando nei Campi Flegrei esisteva già la civiltà.
Una battuta? No. Una pessima battuta. E, soprattutto, un pessimo stereotipo.
Perché quando si tira fuori l’immagine di un popolo che starebbe ancora sugli alberi, associandolo alle banane e contrapponendolo alla presunta superiorità culturale di un’altra comunità, non si sta facendo una raffinata analisi storica. Si sta utilizzando un vecchio repertorio di pregiudizi territoriali. E la cosa diventa ancora più grave quando a pronunciarla è un parlamentare della Repubblica.
Borrelli poteva criticare Musumeci. Poteva contestare il Governo. Poteva attaccare la gestione dei Campi Flegrei. Poteva demolire politicamente ogni scelta del ministro. Questo è il gioco della democrazia. Ma che c’entrano i siciliani? Che c’entrano gli antenati? Che c’entra l’immagine di una popolazione rappresentata come gente sugli alberi a mangiare banane?
È proprio qui che la battuta perde qualsiasi pretesa di ironia politica e diventa una rappresentazione offensiva di una comunità. Non si critica più un ministro. Si colpisce un’identità. E questo, francamente, è molto più grave di una semplice caduta di stile.
La Sicilia non ha bisogno di essere difesa da una battuta di Borrelli. Ha migliaia di anni di storia che parlano da soli. È precisamente questo il punto che Nello Musumeci ha sollevato replicando all’attacco e invitando il deputato a studiare la storia dell’Isola. Anche il presidente della Regione Renato Schifani ha definito le parole di Borrelli «offensive e indegne del confronto istituzionale», chiedendogli pubblicamente di scusarsi con i siciliani. Oggi interviene l’eurodeputato Ruggero Razza con un proprio video:
Ma la questione va oltre Musumeci.
Un parlamentare può essere feroce contro un avversario politico. Non dovrebbe avere bisogno di degradare il popolo al quale quell’avversario appartiene. È una differenza fondamentale. Qui arriva il vero problema politico.
Fratoianni e Bonelli, dirigenti di AVS, hanno costruito una parte importante della propria identità politica sulla denuncia del razzismo, della xenofobia, delle discriminazioni e dei linguaggi d’odio. Benissimo. Allora vale una domanda semplicissima, le parole di Borrelli sono compatibili con questa linea politica?
Perché non si può pretendere coerenza soltanto quando il bersaglio appartiene alla destra. Il principio è universale. Se una battuta fondata su uno stereotipo etnico o territoriale è sbagliata quando viene pronunciata contro un immigrato, contro un africano, contro un meridionale o contro qualsiasi altra comunità, dovrebbe essere sbagliata anche quando viene pronunciata contro i siciliani.
Altrimenti non è lotta al razzismo. È soltanto selezione politica delle indignazioni. Ed è proprio questo che Fratoianni e Bonelli dovrebbero chiarire.
Immaginiamo per un attimo che la stessa frase fosse stata pronunciata da un esponente della destra riferendosi a un’altra popolazione.
Quante interrogazioni? Quante dichiarazioni? Quanti comunicati? Quante richieste di dimissioni? Quante accuse di razzismo? Quanti editoriali sul linguaggio d’odio? E allora perché, quando lo stereotipo viene utilizzato contro i siciliani, dovrebbe improvvisamente diventare soltanto una «battuta»?
La dignità non ha una tessera di partito. E nemmeno il razzismo dovrebbe averla.
Non serve una guerra tra Napoli e Sicilia. Non serve trasformare questa vicenda nell’ennesimo derby territoriale. Serve semplicemente una cosa, la responsabilità.
Borrelli ha tutto il diritto di criticare Musumeci. Ma dovrebbe avere anche l’onestà politica di riconoscere che quella frase è stata infelice, offensiva e costruita su uno stereotipo che non appartiene al linguaggio che dovrebbe utilizzare un parlamentare della Repubblica. E dovrebbe chiedere scusa. Non a Musumeci soltanto. Ai siciliani.
Perché il bersaglio della frase, per come è stata formulata, non è rimasto confinato dentro Palazzo Chigi o dentro una polemica sui Campi Flegrei. È diventato un intero popolo.
Questa è la parte più interessante della vicenda. Non è Borrelli il solo problema. Il vero banco di prova è AVS. Fratoianni e Bonelli hanno davanti una scelta molto semplice, minimizzare, tacere, fare finta di niente oppure dire con chiarezza che uno stereotipo offensivo resta tale anche quando il destinatario è un ministro di destra e il bersaglio è un popolo del Sud.
La Sicilia non chiede privilegi. Chiede lo stesso rispetto che viene giustamente preteso per qualsiasi altra comunità. E allora una domanda la rivolgiamo direttamente ai vertici di AVS, se foste stati voi i destinatari di una frase simile, avreste riso? Probabilmente no. E allora non ridete neppure oggi. Perché il rispetto o è per tutti, oppure non è rispetto.
Borrelli chieda scusa. Fratoianni e Bonelli dicano chiaramente se quella frase rappresenta oppure no il loro modo di intendere il confronto politico. Perché la Sicilia può sopportare molte cose. Ma non ha alcun bisogno di essere trattata come una barzelletta.