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LA NON INTERVISTA: CAMPISI, LA POLITICA VARIABILE E IL PESO DELLE SCELTE

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Dall’MPA a Fratelli d’Italia, fino a Forza Italia. Tre approdi politici, una sola domanda, dove finisce la coerenza e dove comincia il calcolo se di calcolo si tratterebbe?


L’intervista ad Alessandro Campisi è interessante soprattutto per quello che racconta senza dichiararlo apertamente. Perché, dietro le parole, le spiegazioni e i riferimenti a presunte delusioni politiche, si intravede una storia che merita di essere letta anche attraverso le sue contraddizioni.

All’inizio dell’intervista lo abbiamo definito saltimbanco. Una provocazione giornalistica, certamente, ma non una provocazione gratuita. Campisi è stato eletto al Consiglio comunale nelle liste del Movimento per l’Autonomia, ha successivamente attraversato l’esperienza di Fratelli d’Italia e ha infine trovato una nuova collocazione in Forza Italia.

Tre appartenenze, una sola stagione politica, tre differenti riferimenti. Una traiettoria che, legittimamente, impone una domanda: si cambia partito perché si cambia idea oppure perché, di volta in volta, cambia la convenienza politica, il gruppo dirigente e il rapporto con chi esercita il potere?

Campisi, nell’intervista, prova a spiegare il proprio percorso facendo riferimento anche a esperienze negative e a una rottura maturata in un Comune della riviera ionica. Il riferimento, secondo la ricostruzione che emerge, è Mascali. Ed è qui che la vicenda assume un significato politico più ampio.

A Mascali si sarebbe consumato uno scontro interno a Fratelli d’Italia attorno alla candidatura di Veronica Musumeci, proveniente proprio dall’area del partito. Una candidatura che avrebbe incontrato l’ostilità del segretario provinciale Cardillo, il quale avrebbe successivamente scelto di sostenere una lista con un candidato sindaco riconducibile all’area della Lega.

Se questa ricostruzione è quella alla quale Campisi allude, il problema politico diventa evidente, quale idea di appartenenza può sopravvivere quando le decisioni dei vertici territoriali finiscono per contraddire, o quantomeno mettere in discussione, le aspettative e gli equilibri della propria comunità politica?

Ma c’è un’altra questione, altrettanto importante, che non può essere elusa.  Non basta raccontare perché si è usciti da un partito. Bisognerebbe anche spiegare che cosa si è lasciato, che cosa si è portato con sé e soprattutto che cosa si è trovato in quello successivo. È questo il punto che l’intervista non chiarisce fino in fondo.

E mentre Campisi parla delle dinamiche politiche che lo hanno portato a prendere determinate decisioni, resta sullo sfondo il tema più scomodo, quello di una politica territoriale nella quale le appartenenze sembrano talvolta diventare estremamente labili, anche per via degli atteggiamenti assunti da chi esercita il potere delle scelte.

Non si può contestare il diritto di cambiare partito. Quel diritto è sacrosanto nel nome sacrosanto della libertà. Si tratta di pretendere che ogni passaggio abbia una spiegazione politica comprensibile e verificabile.

Il saltimbanco, dunque, non è necessariamente chi cambia casacca. È chi pretende di far dimenticare la casacca precedente senza spiegare perché l’ha indossata e perché ha deciso di toglierla. E Campisi lo dice, anche con qualche slalom.

E allora la domanda finale, quella che resta dopo aver ascoltato l’intervista, è inevitabile: Alessandro Campisi ha cambiato partito perché non si riconosceva più nelle arroganze di chi lo rappresentava o perché non si riconosceva più nelle persone che quel potere amministravano? La differenza non è marginale. È tutta qui la sostanza politica della sua storia.

C’è da aggiungere che nel corso di questa consiliatura oltre a Campisi e Bonaccorsi sono andati via da FdI altri tre consiglieri, Scalia appena dopo qualche mese dalle elezioni, fuoruscita annunciata ex ante, Barresi e Parisi con approdo alla Lega. Saranno una coincidenza le “dipartite” ovvero il sintomo di una patologia del partito? Questo è il focus fondamentale.