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Dalla giungla al metaverso. Tra rendering futuristici, intelligenza artificiale e nuove sigle, i cittadini si chiedono dov’erano tutti questi mentre Paternò affondava?

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A Paternò c’è una specie animale che la scienza politica dovrebbe studiare con maggiore attenzione. Non compare nei manuali universitari, non è protetta dall’UNESCO e nemmeno dagli ambientalisti, ma sopravvive da decenni a qualsiasi terremoto elettorale, commissariamento, crisi di partito o cambio di simbolo. Sono i Tirannosauri della politica-politicante locale.
Creature straordinarie. Riescono a estinguersi e a ricomparire contemporaneamente. Scompaiono da una lista e riemergono in un’altra. Abbandonano una sigla per rinascere sotto un nuovo logo. Cambiano slogan, colori, fotografie, consulenti e persino tono di voce. L’unica cosa che non cambia mai è la loro presenza.
Nel frattempo, fuori dai laboratori artificiali della comunicazione politica, esiste una città vera. Una città che ogni estate continua a interrogarsi sull’acqua che manca. Una città che inciampa nelle stesse strade dissestate di ieri. Una città che osserva marciapiedi dimenticati, verde pubblico trascurato, servizi spesso insufficienti e un cimitero che qualcuno ha descritto con amara efficacia come una giungla urbana.
Paternò vive una fase particolare, dopo lo scioglimento per mafia. Le tensioni politiche, le polemiche continue, i cambi di posizione, le alleanze variabili e le contrapposizioni personali hanno finito per occupare gran parte del dibattito pubblico. In questo scenario il rischio è che la politica smetta di parlare della città, semmai qualcuno lo fa con spot elettorali da campagna elettorale, oggi fuori contesto, per parlare soltanto di sé stessa.
Ma mentre la realtà presenta il conto, la politica sembra avere scoperto un nuovo superpotere, l’intelligenza artificiale.
Così, sui social network, compaiono rendering futuristici, piazze perfette, boulevard scintillanti, panorami da metropoli europea, immagini talmente belle da far sorgere un dubbio, saranno fotografie di Paternò o trailer della prossima colonizzazione di Marte?
La tecnologia, sia chiaro, non è il problema. L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario se saputa usare. Il problema nasce quando viene utilizzata come una mano di vernice digitale per coprire decenni di manutenzione mancata. Perché i cittadini possono anche restare affascinati da una città virtuale per qualche secondo. Poi però escono di casa. E quando escono, incontrano la città reale. Al libro dei sogni non crede più nessuno.
È in quel momento che il rendering si scontra con la buca. L’algoritmo incontra il rubinetto asciutto. Il post motivazionale incontra il degrado. E la propaganda digitale si schianta contro la quotidianità. 
La domanda che sempre più persone iniziano a porsi è tanto semplice quanto devastante, “Dov’erano tutti questi profeti del cambiamento quando la città accumulava i problemi che oggi promettono di risolvere?”
Perché la memoria collettiva, nonostante tutto, continua a esistere. Molti dei protagonisti che oggi parlano di rivoluzione, anche se giovani virgulti, hanno frequentato le stanze del potere per anni. Alcuni direttamente, altri indirettamente. Alcuni come amministratori, altri come consiglieri, sostenitori, suggeritori, influenzatori o silenziosi camerieri.
Oggi però la memoria sembra essere diventata un dettaglio trascurabile.
Basta un nuovo simbolo, una pagina social ben costruita, qualche video emozionale, qualche slogan accattivante e la politica tenta il miracolo della reincarnazione o della rottamazione. È il trionfo del gattopardismo 4.0. Versione aggiornata con grafica HD, filtri fotografici e contenuti generati dall’intelligenza artificiale.
Cambiare tutto affinché nulla cambi. Anzi, fare sembrare nuovo ciò che è vecchio. Eppure la vera questione non riguarda l’età anagrafica. Non può essere una guerra tra giovani e meno giovani. Il problema è culturale.
Troppo spesso i volti nuovi finiscono per essere semplicemente le vetrine dietro cui continuerebbero ad agire gli stessi gruppi di potere che da decenni occupano il mercato politico locale. Cambiano i commessi, ma il negozio resta sempre lo stesso. E forse è proprio qui che nasce la crescente disillusione dei cittadini. 
Non verso la politica in sé, ma verso una politica che sembra aver sostituito il prossimo governo della città con il marketing della città. Una politica che investe più energie nel racconto stucchevole e artificiale che nelle soluzioni. Più nella narrazione che nella manutenzione. Più nell’immagine che nella sostanza.
Paternò, invece, non ha bisogno di effetti speciali. Non ha bisogno di una metropoli generata dall’intelligenza artificiale. Ha bisogno di qualcosa di molto più rivoluzionario. Una città normale. Pulita. Curata. Funzionante. Amministrata. Perché alla fine gli algoritmi possono creare immagini perfette. Ma non riparano una strada. Non fanno arrivare l’acqua. Non puliscono una piazza. Non riparano le buche. Non restituiscono credibilità a chi l’ha consumata per anni, sotto diversi ruoli. E su questo, per fortuna o purtroppo, l’intelligenza artificiale non può ancora fare miracoli.