
Sessanta assoluzioni. Otto condanne. Non sono soltanto numeri. Sono una domanda che la giustizia italiana non può continuare a evitare. Che cosa resta, dopo quattro anni di processo, quando nove imputati su dieci vengono assolti? Resta una scia di vite spezzate, imprese distrutte, famiglie travolte e reputazioni che nessuna sentenza riuscirà più a restituire.
Ed è qui che finisce la cronaca e comincia la politica della giustizia. Perché il problema non è Nicola Gratteri. Sarebbe troppo comodo ridurre tutto a un nome. I magistrati possono sbagliare come sbagliano medici, ingegneri e amministratori pubblici, con una differenza, i magistrati non pagano per gli errori. L’errore umano esiste e nessun sistema democratico può eliminarlo del tutto.
Il problema è quando l’errore diventa sistema. Quando l’arresto sembra contare più della sentenza. Quando il blitz diventa una celebrazione mediatica e il processo un dettaglio da consumare negli anni. Quando le conferenze stampa hanno più pubblico delle udienze. Quando il sospetto viene venduto come certezza.
E quando l’assoluzione arriva talmente tardi da non interessare più nessuno. In Italia il processo mediatico continua ad avere un peso enorme. L’arresto apre i telegiornali, riempie le prime pagine e invade i social. L’assoluzione, invece, arriva in silenzio, nascosta tra poche righe, quando ormai il danno è irreparabile.
È una giustizia sbilanciata. Fortissima nel colpire. Debolissima nel riparare. Eppure la Costituzione parla chiaro, un cittadino è innocente fino alla condanna definitiva.
Nella pratica, però, sembra accadere l’esatto contrario. Si diventa colpevoli il giorno dell’arresto e innocenti, forse, molti anni dopo. Ma per la società quella seconda notizia arriva troppo tardi. Chi restituisce il lavoro perduto? Chi ricostruisce un’azienda fallita?Chi cancella anni di vergogna pubblica? Chi chiede scusa? Queste domande restano quasi sempre senza risposta. Ed è questo il vero punto.
Perché il successo della giustizia non si misura con il numero delle manette, con i chilometri di intercettazioni o con le conferenze stampa affollate. Si misura con sentenze solide. Con processi rapidi. Con accuse che resistono fino alla decisione finale. Con uno Stato capace di colpire i colpevoli senza travolgere gli innocenti.
Nessuno metta in discussione la necessità di combattere la mafia. È una battaglia che non ammette ambiguità. Ma proprio perché la mafia è il nemico più pericoloso della Repubblica, lo Stato non può permettersi scorciatoie. Non può sacrificare il garantismo sull’altare del consenso mediatico. Non può trasformare la custodia cautelare in una pena anticipata né consentire che il processo venga celebrato prima davanti alle telecamere e solo dopo davanti ai giudici. Anche se le eccezioni vi sono, quando le prove documentali sono “serie”.
Il caso Black Wood non certifica automaticamente solo il fallimento di un’inchiesta. Ma certifica qualcosa di altrettanto grave, sul quale il sistema deve interrogarsi.
Sessanta assoluzioni su sessantotto imputati sono un dato che nessuno dovrebbe liquidare con fastidio o minimizzare per appartenenza corporativa. Sono un campanello d’allarme. Per la magistratura. Per la politica. Per il legislatore. Per chi continua a ritenere che ogni critica all’organizzazione della giustizia sia un attacco ai magistrati. Non lo è.
Il garantismo non è il rifugio dei colpevoli. È la protezione degli innocenti. Ed è proprio nei processi di mafia che dovrebbe essere difeso con ancora maggiore forza, perché la credibilità dello Stato si misura nella sua capacità di reprimere il crimine senza rinunciare ai propri principi. Se dopo anni decine di imputati vengono assolti, lo Stato non dovrebbe cercare giustificazioni. Dovrebbe porsi una domanda semplice, ma decisiva, quante di quelle persone hanno già scontato una pena che nessuna sentenza potrà mai cancellare?
Perché la giustizia perde credibilità non quando viene criticata. La perde quando pretende di essere infallibile. E la perde soprattutto quando il rumore delle manette è molto più forte del silenzio delle assoluzioni. Questo non è il fallimento di un uomo. È il fallimento di un sistema che continua a confondere la spettacolarizzazione dell’indagine con l’amministrazione della giustizia. Ed è un lusso che uno Stato di diritto non può più permettersi.