
A Paternò esiste un fenomeno che meriterebbe uno studio approfondito da parte della comunità scientifica internazionale. Qualcosa a metà strada tra la fisica quantistica e la magia da cabaret.
Si chiama partecipazione politica. Tutti ne parlano. Nessuno riesce a fotografarla.
Compare puntualmente durante le campagne elettorali, quando la città viene attraversata da improvvise epidemie di ascolto, consultazione, confronto, coinvolgimento, cittadinanza attiva, rinascita urbana, progettazione condivisa e altre espressioni che ormai costituiscono il lessico obbligatorio di qualsiasi aspirante amministratore.
Poi però accade qualcosa di straordinario. Quando si presenta un’occasione concreta per discutere pubblicamente del futuro della città, la partecipazione svanisce come un’apparizione mariana dopo il tramonto.
Il recente confronto sull’Ex Hotel Sicilia avrebbe potuto rappresentare una di quelle occasioni che la politica invoca da anni. Cittadini, professionisti, commercianti, associazioni, semplici curiosi. Tutti lì a discutere di una questione che riguarda non soltanto un immobile, ma l’idea stessa di città che Paternò intende diventare.
Una di quelle occasioni nelle quali, teoricamente, i partiti dovrebbero arrivare con proposte, idee, visioni, magari persino qualche soluzione. In teoria. In pratica, invece, si è assistito all’ormai tradizionale esercizio dell’assenza organizzata.
Silenzio. Nessuna posizione chiara. Nessuna proposta alternativa. Nessuna idea da mettere sul tavolo. Un capolavoro di neutralità che avrebbe fatto impallidire perfino la Svizzera.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: se non si partecipa ai luoghi del confronto, dove si formano le idee che dovrebbero guidare la città? Forse in qualche laboratorio segreto. Forse in qualche chat riservata. Forse attendendo che qualcuno faccia il lavoro sporco di avanzare proposte per poi decidere, con calma, se criticarle, copiarle o ignorarle.
Perché il sospetto che serpeggia tra i cittadini è proprio questo, che ormai una parte della politica non produca più idee, ma si limiti a monitorare quelle degli altri. Un po’ come certi studenti che saltano le lezioni e si presentano direttamente all’esame chiedendo gli appunti.
Nel frattempo la città continua a vivere problemi reali. Problemi che non hanno alcuna intenzione di attendere le strategie comunicative dei partiti. La crisi economica non aspetta. Il disagio sociale non aspetta. La perdita di identità non aspetta. La necessità di una prospettiva per il futuro non aspetta.
Eppure spesso la sensazione è quella di assistere a una politica che osserva gli eventi dal balcone, aspettando di capire quale sarà l’umore prevalente prima di prendere parola. Una prudenza che, in certi casi, assomiglia molto all’immobilismo.
E mentre alcuni cittadini discutono di rigenerazione urbana, sviluppo economico, recupero degli spazi pubblici e futuro della comunità, c’è chi sceglie di dedicarsi ad attività certamente rispettabili ma che appaiono scollegate dalle urgenze del momento. Il book sharing, con annessa discoteca per fare audience e raccattare giovani che nulla hanno a che fare con l’evento che ha il solo scopo di esporre i simboli di partito per non fare scappare nessuno di questi.
Come se in una casa che perde acqua dal tetto la priorità fosse decidere il colore delle tende. Sia chiaro la cultura resta fondamentale. I libri sono una ricchezza. Promuovere la lettura è sempre una buona notizia.
Nessuno sta dichiarando guerra alle biblioteche, ai romanzi o agli scambi letterari. Ma esiste un tempo per ogni cosa. E soprattutto esiste una gerarchia delle priorità. Perché in una città che cerca disperatamente una normalità amministrativa, economica e civile, i cittadini continuano a porre una domanda semplice: qual è la direzione?
Non chiedono miracoli. Non chiedono supereroi. Chiedono una classe dirigente capace di dire cosa pensa. Capace di esporsi. Capace di assumersi il rischio di una posizione. Persino di sbagliare, se necessario. Perché una proposta sbagliata può essere discussa. L’assenza, invece, è impossibile da dibattere.
E così Paternò continua a vivere questo curioso paradosso, tutti invocano il confronto, ma quando il confronto arriva davvero molti preferiscono non presentarsi. Forse perché partecipare significa anche assumersi una responsabilità. E la responsabilità, si sa, è molto meno comoda degli slogan.
La città però, prima o poi, presenterà il conto. E quando lo farà non chiederà chi ha organizzato l’evento più elegante, chi ha pubblicato il comunicato più lungo o chi ha collezionato più fotografie. Chiederà semplicemente chi c’era quando era il momento di esserci.
P.S. – Prendiamo a prestito la copertina che Giuseppe Panassidi ha rilanciato sui social. Grazie