
Dopo i sindaci Fabio Mancuso ad Adrano e Antonio Bellia a Motta Sant’Anastasia, arriva Antonio Longo di Regalbuto. E il progetto della contestata pista ciclabile rischia di scoprire il suo punto debole, i sindaci del territorio e i terminali della tratta.
C’è un momento, nelle vicende amministrative, in cui una storia smette di essere una semplice disputa tra enti e comincia a mostrare le proprie crepe. Per la pista ciclabile immaginata tra Paternò e Centuripe, quel momento sembra essere arrivato.
Perché adesso siamo a tre. Prima Fabio Mancuso, sindaco di Adrano. Poi Antonio Bellia, sindaco di Motta Sant’Anastasia. Adesso Antonio Longo, sindaco di Regalbuto. Tre amministratori che, ciascuno dal proprio territorio, sollevano contrarietà sull’iniziativa promossa da Centuripe e sull’intesa deliberata con i commissari straordinari del Comune di Paternò.
E il terzo intervento non è affatto un dettaglio. Longo, infatti, arriva da uno dei territori che dovrebbero rappresentare proprio uno dei punti terminali del percorso. Lo stesso vale per Motta Sant’Anastasia, il cui sindaco Bellia aveva già manifestato il proprio dissenso.
Ed è qui che il progetto comincia a confrontarsi con una domanda molto semplice, quasi banale, una pista ciclabile può essere progettata sulla carta se anche i territori che dovrebbero costituirne i terminali non condividono quell’idea?La risposta, almeno sul piano del buon senso, appare piuttosto evidente.
IL PROGETTO E I SUOI TERMINALI
La questione non riguarda soltanto qualche chilometro di pista, qualche finanziamento o qualche delibera. Riguarda la logica stessa dell’opera. Un’infrastruttura territoriale ha bisogno di continuità, connessioni, accessi, terminali e soprattutto di enti realmente coinvolti. Se vengono meno pezzi essenziali del percorso, non basta continuare a raccontare il progetto come se nulla fosse. Perché una pista ciclabile senza i suoi terminali rischia di diventare una specie di strada che comincia e finisce nel nulla.
E allora la domanda diventa inevitabile, che cosa resta concretamente del progetto immaginato da Centuripe e Paternò se Motta e Regalbuto, quando tre territori strategici del tracciato, non intendono aderire alla stessa impostazione? Non è una domanda polemica. È una domanda amministrativa. Ed è proprio per questo che meriterebbe una risposta documentata, tecnica e soprattutto pubblica.
LA DELIBERA E IL PROBLEMA DEL CONSENSO
C’è poi la questione dell’intesa con i commissari straordinari di Paternò. Anche qui sarebbe troppo facile ridurre tutto a uno scontro politico. La questione è più seria. Quando un Comune commissariato assume un’intesa su un progetto di questa rilevanza territoriale, mentre altri Comuni direttamente interessati manifestano dissenso o perplessità, il problema non può essere liquidato come una semplice incomprensione tra amministratori. Bisogna capire quale sia l’effettiva consistenza dell’accordo, quali territori siano realmente coinvolti, quali siano gli impegni assunti e soprattutto quale sia il quadro definitivo dell’opera. Perché un’intesa non può trasformarsi magicamente in consenso generale. E una delibera non può sostituire il territorio che parla.
LA PISTA CICLABILE DELLE FANTASIE
Ed eccoci al punto più interessante. Perché attorno a questa vicenda sembra essersi costruito, almeno nella narrazione pubblica, un piccolo mondo nel quale il progetto appare già compiuto, definito, quasi inevitabile. Ma la realtà amministrativa è un’altra cosa. La realtà è fatta di Comuni, competenze, autorizzazioni, risorse, progettazione, manutenzione, sicurezza, connessioni territoriali e soprattutto di accordi tra soggetti istituzionali.
Tutto il resto appartiene alla fantasia. E non c’è nulla di male nell’avere una visione ambiziosa, anche se onirica. Anzi. Ben vengano le idee, i progetti, le associazioni che immaginano nuovi percorsi, la valorizzazione del territorio e una mobilità diversa. Ben vengano anche i tecnici che lavorano su queste ipotesi e che, naturalmente, possono avere interessi professionali del tutto legittimi, ma assolutamente interessati.
Legittimi, appunto. Ma proprio perché legittimi, non possono diventare il criterio con cui si misura la necessità dell’opera. Prima viene l’interesse pubblico. Poi viene il progetto. Poi vengono i tecnici. Non il contrario. Altrimenti si corre il rischio di costruire un’opera perché esiste un progetto e non di costruire un progetto perché esiste un’opera realmente necessaria.
E qui la definizione viene quasi spontanea, interessi legittimi, ma onirici. Onirici non perché siano illegittimi, ma perché rischiano di continuare a vivere nella dimensione del sogno anche quando la realtà amministrativa comincia a presentare il conto.
TRE SINDACI SONO GIÀ UN FATTO POLITICO
Il dato più importante, comunque, è un altro. Tre sindaci. Mancuso. Bellia. Longo. Tre amministrazioni e territori diversi che entrano, con motivazioni differenti, nella discussione sul progetto.
A questo punto sarebbe francamente singolare continuare a raccontare la vicenda come se si trattasse di una resistenza locale. Non lo è più. È diventata una questione territoriale. E soprattutto è diventata una questione di metodo.
Perché se l’obiettivo è realizzare una grande infrastruttura capace di collegare territori, allora quei territori devono essere protagonisti dell’operazione, non semplicemente luoghi disegnati su una mappa.
IL RISCHIO DELLA PISTA MONCA
Il paradosso è quasi perfetto. Si immagina una pista capace di mettere in comunicazione più territori e, proprio mentre la si immagina, vengono meno alcuni dei territori che dovrebbero garantirne la continuità. È come progettare un ponte discutendo soltanto della campata centrale (e non tutta ovviamente) e scoprire dopo che qualcuno non ha deciso di costruire le due sponde.
La pista, privata dei suoi terminali, rischia di diventare un’infrastruttura monca prima ancora di essere realizzata. E allora forse sarebbe il caso di fermarsi un attimo. Non per demolire il progetto. Non per dire che una pista ciclabile sia inutile. Non per contestare a priori le associazioni che la propongono perché interessate.
Ma per fare una cosa molto più seria, verificare se il progetto che qualcuno ha immaginato corrisponda ancora al progetto che i territori sono realmente disponibili a realizzare. Perché tra una bella idea e una buona opera pubblica c’è di mezzo il dato amministrativo. E soprattutto c’è la realtà. Quella realtà che, questa volta, sembra essersi presentata con la fascia tricolore di tre sindaci. E forse è proprio arrivato il momento di ascoltarla.
Ecco l’intervista del sindaco di Motta, a cura di Federica Zammataro per Il Fatto Siciliano:
La dichiarazione del sindaco di Regalbuto:

Infine riproponiamo la dichiarazione del sindaco di Adrano Fabio Mancuso
Fabio Mancuso: Greenway del Simeto? La delibera che dispone di un bene che non è suo.