Connect with us

In primo piano

PATERNÒ: IL GRANDE BLUFF. Quando il finanziamento (che non c’è) viene prima del territorio

Pubblicato

il

Anni di Patti territoriali, GAL, PIT, PISU, Leader, Fondi Europei, Agenda Urbana, Aree Interne e PNRR, ci consegnano una verità difficile da eludere, in Sicilia non sono mancati i soldi, è mancata troppo spesso una direzione e qualcuno capace di trasformarla in sistema e di produrre economia.

Non è vero che tutto sia stato inutile. Ci sono amministrazioni virtuose, imprese che hanno resistito, territori che hanno saputo costruire esperienze interessanti. Ma sono rimaste, troppo spesso eccezioni, invece di modelli da cui apprendere.

L’errore è stato scambiare il finanziamento per lo sviluppo. Si è partiti dall’incarico invece che dalla domanda più semplice e più seria, che territorio vogliamo fra dieci anni?

Così si sono moltiplicate opere, piazze, contenitori, portali, eventi e inaugurazioni. Ma, venendo al caso, una pista ciclabile nel vuoto non crea economia se nessuno sa cosa fare il giorno dopo. Un evento non costruisce una destinazione. Un marchio non crea una filiera. E questi piccoli progetti comunali non fanno automaticamente una strategia territoriale.

LA FERROVIA DELLE ARANCE: IL CASO CHE DICE TUTTO

È proprio dentro questa contraddizione che si inserisce oggi il caso della Ferrovia delle Arance. La delibera della Commissione straordinaria di Paternò, che prevede la realizzazione di una pista ciclabile da costruire nel vuoto e che vede tra l’altro la contrarietà dei sindaci coinvolti, per come è stata illustrata da Santi Giuffrè,  la relativa delibera, sarebbe stata assunta con una motivazione precisa, non perdere l’eventuale possibilità di intercettare un finanziamento futuro. Ed è qui che il ragionamento diventa interessante ma politicamente scomodo.

Perché, allo stato delle cose, quel finanziamento non esiste ancora. Può esistere invece l’eventualità che possa arrivare, circostanza sostenuta dalle aspettative di alcuni portatori d’interesse. E allora la domanda non è se sia giusto prepararsi a cogliere un’opportunità. La domanda è un’altra, stiamo costruendo una strategia territoriale per la Ferrovia delle Arance oppure stiamo costruendo un progetto perché, forse, un giorno potrebbe esserci un finanziamento? E se poi non arriva che si fa? Si paga il lavoro fatto dai tecnici, come sempre? Anche come debiti fuori bilancio? E’ la storia che si ripete?

È esattamente un vizio che dovrebbe essere lasciato alle spalle, prima l’ipotetico finanziamento, poi il progetto, prima l’opportunità finanziaria, poi la visione del territorio. 

Una ferrovia storica, così come accade in altre parti della Sicilia, può certamente diventare un’infrastruttura culturale, turistica ed economica. Ma soltanto se dentro quella scelta esiste già una risposta a domande concrete. Quale modello di gestione? Quali comuni coinvolti? Quali imprese? Quali servizi? Quale utenza? Quale sostenibilità? Quale ricaduta economica e occupazionale?

Altrimenti rischiamo di replicare una vecchia liturgia, si prepara il contenitore, si cerca il finanziamento e solo dopo ci si domanda quale contenuto metterci dentro e cosa questo contenuto produrrà.

Qui sta uno dei grandi fallimenti, la frammentazione. Ogni Comune ha spesso coltivato il proprio orticello, mentre turisti, imprese e investitori guardano ai territori come sistemi, Etna, Val di Noto, Madonie, Nebrodi, Costa Ionica, Aree Interne e perché no, anche la Valle del Simeto. Il territorio economico non coincide con il confine amministrativo.

E poi c’è il capitale umano. Abbiamo finanziato infrastrutture molto più facilmente di quanto abbiamo costruito competenze permanenti. Ogni nuova programmazione rischia così di ripartire da capo, mentre uffici, professionalità e capacità progettuali si disperdono. E così fallisce visione e programmazione.

Il risultato è un paradosso, abbiamo imparato a rendicontare la spesa (forse), molto meno a misurare il cambiamento. Abbiamo celebrato il decreto, il cantiere, il taglio del nastro. Ma la domanda vera dovrebbe arrivare anni dopo, quanti posti di lavoro? Quante imprese? Quali servizi? Quanti giovani sono rimasti? Quanto investimento privato è stato generato? Quale economia è stata prodotta?

Perché lo spopolamento delle aree interne non è una fatalità e nemmeno un problema culturale dei giovani. Quando mancano lavoro, scuola, sanità, trasporti, connessioni e opportunità, andarsene diventa una scelta razionale.

Questo territorio, dunque, non ha bisogno dell’ennesima collezione di incarichi tecnici e di progetti da distribuire. Ha bisogno di una politica che abbia finalmente il coraggio di scegliere. Prima il territorio, poi il progetto. Prima una strategia, poi l’incarico. Prima le economie da costruire, poi le opere da finanziare.

E così, anche la Ferrovia delle Arance può diventare una grande occasione. Ma proprio per questo non può essere trattata solo come una casella da occupare, con un’opera che non produce ricchezza, nell’ipotetica quanto fallace programmazione che si vorrebbe fare. Deve essere parte di una visione, non l’anticamera di un finanziamento che ancora non c’è. Non per fare interessi di chi in questi anni ha lucrato percorrendo scorciatoie personali. Non per chi ha millantato, e millanta ancora, la pseudo-rappresentanza del territorio. Non di chi schiera nelle locandine associazioni fantasma pro domo sua. “La Città lo vuole” è la frase tipica. Ma non è così.

La vera sfida dei prossimi anni non sarà spendere meglio qualche altro milione. Sarà dimostrare che quei milioni possono finalmente lasciare qualcosa che sopravviva al finanziamento, al sindaco, al dirigente e alla prossima programmazione europea, sapendo bene che i soldi della comunità europea sono soldi anche nostri e che se non producono economia produrranno l’ennesimo delitto. Perché il problema non è avere tanti incarichi e progetti. È non averne avuti abbastanza capaci di diventare futuro o di realizzare economia per tutti e non per pochi, non per i soliti. Basta con la ideologizzazione strumentale che cela solo interessi personali.