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QUALE SICILIA (NON) VORREMMO? Il manuale dei vizi della politica siciliana

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C’è una Sicilia che non ha bisogno di essere inventata. È già qui. È quella delle parole interpretate, delle frasi sezionate, dei retroscena immaginati, delle amicizie che diventano appartenenze e delle appartenenze che diventano colpe. È la Sicilia nella quale spesso non importa ciò che hai detto, ma ciò che qualcuno decide che tu abbia voluto dire.

Una Sicilia nella quale il sospetto ha ormai assunto una dignità quasi istituzionale. Non servono prove, basta una voce. Non serve un fatto, basta un’indiscrezione. Non serve una responsabilità, basta un sospetto. Questo mestiere lasciamolo a quei giornalisti che giustamente accendono i riflettori, non è compito della politica.

Invece accade il contrario, laa politica finisce per trasformarsi in una gigantesca macchina del pettegolezzo, nella quale tutti osservano tutti, tutti sospettano di tutti e quasi nessuno sembra più interessato a discutere seriamente di ciò che dovrebbe davvero contare. Le idee? Dopo. Prima vengono le appartenenze.

  • LA POLITICA DELLA DEMOLIZIONE

C’è poi un altro vizio, forse ancora più costoso, l’ossessione di cancellare ciò che è stato fatto prima. In Sicilia capita ancora troppo spesso che ogni nuova stagione politica si presenti come l’inizio della storia. Quello che c’era prima viene automaticamente considerato sbagliato perché apparteneva a qualcun altro. Anche se fosse della stessa parte politica. Non importa se funzionava. Bisogna cambiarlo. Non importa se era utile. Bisogna cancellarlo. Non importa quanto sia costato. Bisogna dimostrare che “adesso è tutto diverso”. Al netto che questo possa celare interessi personali particolari.

Una sorta di sindrome del cancellino, applicata alla pubblica amministrazione con effetti devastanti. Il risultato è che ogni classe dirigente ricomincia da capo, ogni volta. E una regione che ricomincia da capo ogni cinque anni non costruisce un futuro, ricostruisce continuamente il passato.

La politica seria dovrebbe avere un’altra ambizione, conservare ciò che funziona, correggere ciò che non funziona e avere il coraggio di riconoscere che, qualche volta, anche l’avversario può aver fatto qualcosa di buono. Ma questa, in Sicilia, sembra ancora un’idea rivoluzionaria.

  • IL MASCARIAMENTO COME METODO

Poi c’è il capitolo più delicato, quello del mascariamento. Una parola siciliana che racconta molto più di una semplice calunnia. Racconta un sistema culturale nel quale la reputazione può essere distrutta molto prima che un tribunale abbia stabilito qualsiasi responsabilità. Basta essere “chiacchierati” per essere bannati. E la parola, da sola, può diventare una sentenza.

Il problema è che questo meccanismo non viene applicato sempre allo stesso modo. Quando riguarda l’avversario, anche della stessa forza politica, improvvisamente diventano indispensabili rigore, trasparenza e severità. Quando riguarda l’amico, compaiono comprensione, garantismo, prudenza e perfino solidarietà.

Il problema non è essere garantisti. Il problema è esserlo a giorni alterni. La questione morale, infatti, non può diventare una clava da utilizzare contro chi sta dall’altra parte e un ombrello da aprire quando piove sul proprio schieramento. Se la regola vale soltanto per gli altri, non è una regola. È convenienza.

  • LA SICILIA CHE NON FA NOTIZIA

Eppure, mentre la politica si accapiglia, esiste un’altra Sicilia, quella che lavora, investe, studia, produce. Che manda avanti ospedali, scuole, università, imprese, uffici e comunità spesso nonostante la politica e non grazie alla politica. Questa Sicilia, curiosamente, fa molta meno notizia. Non urla. Non insulta. Non occupa ogni giorno i social. Non organizza guerre personali. Non trasforma ogni dissenso in una dichiarazione di guerra. Semplicemente fa.

Ed è probabilmente questa la parte dell’Isola che dovremmo raccontare di più. Perché continuare a descrivere la Sicilia soltanto attraverso i suoi fallimenti è diventato quasi un alibi collettivo. I problemi esistono. Sono enormi e spesso antichi. Ma una società che racconta continuamente a sé stessa di essere incapace finisce prima o poi per convincersene.

  • IL DELITTO PIÙ GRAVE: NON AVERE TEMPO

Forse il vero problema della politica siciliana è però un altro, sprecare tempo. Non perché manchino le ore. Ma perché si governa pensando alla prossima conferenza stampa, alla prossima polemica, alla prossima nomina, alla prossima elezione. Il futuro, quando arriva, viene quasi sempre trattato come un’emergenza. E così una regione strategicamente collocata al centro del Mediterraneo continua troppo spesso a discutere come se il mondo finisse al confine della propria provincia.

Sono questioni che richiederebbero una prospettiva di vent’anni. La politica, invece, spesso ragiona sui prossimi venti giorni. È questa la vera miopia. Non l’incapacità di vedere il problema. L’incapacità di vedere abbastanza lontano.

  • LA POLITICA CHE NON VUOLE RISPONDERE

E poi c’è la questione della responsabilità. Una democrazia sana dovrebbe rendere semplice capire chi ha deciso cosa. Essere trasparente in questo. Dire senza infingimenti  Chi ha proposto. Chi ha sostenuto. Chi si è opposto. Chi ha cambiato idea. Chi ha mantenuto le promesse.

Perché la trasparenza non è un fastidio burocratico. È la condizione minima perché il cittadino possa giudicare chi lo rappresenta. Una politica che pretende fiducia dovrebbe essere disposta a mettere le proprie decisioni sotto la luce del sole. Non dovrebbe avere paura della trasparenza. Dovrebbe averne paura soltanto chi ha qualcosa da nascondere.

  • NOI SIAMO I TEMPI

Alla fine, però, la politica non è soltanto Palazzo dei Normanni, un governo, un consiglio comunale o un partito. La politica che mandiamo a rappresentarci siamo anche noi. Siamo il linguaggio che utilizzano. Il modo in cui giudicano. Il modo in cui scelgono.  Non è comodo ammettere che una certa politica prospera proprio perché una parte della società la alimenta, la premia e la tollera. E poi la contesta.

La politica del sospetto esiste perché il sospetto produce consenso. La politica dell’insulto esiste perché l’insulto produce attenzione. La politica della demolizione esiste perché riconoscere il merito dell’avversario viene spesso percepito come una debolezza. E allora bisogna avere il coraggio di dirlo. Il problema non sono sempre gli altri, gli avversari del momento

  • QUALE SICILIA?

Ecco allora la domanda dalla quale bisognerebbe ripartire. Quale Sicilia non vorremmo? Non vorremmo una Sicilia nella quale il sospetto sostituisce i fatti. Non vorremmo una Sicilia nella quale il pettegolezzo diventa informazione. Non vorremmo una Sicilia nella quale il mascariamento sostituisce il giudizio. Non vorremmo una Sicilia nella quale ogni amministrazione deve distruggere ciò che ha fatto quella precedente. Non vorremmo una Sicilia nella quale il consenso del presente vale più del futuro dei nostri figli. Non vorremmo una Sicilia nella quale la politica considera l’avversario un nemico da eliminare anziché un interlocutore da battere con idee migliori.

E soprattutto non vorremmo una Sicilia che continua a raccontarsi come una terra condannata al proprio destino. Perché questo sarebbe il più grande degli alibi. La Sicilia non è condannata. È semplicemente responsabile delle proprie scelte. E forse è arrivato il momento di smettere di chiedersi soltanto chi abbia torto. Dovremmo cominciare a chiederci chi abbia il coraggio di costruire. Perché cambiare un presidente, un assessore, un sindaco o una maggioranza non basta. Se rimane identico il modo di fare politica, cambia il nome sulla porta ma non cambia la stanza. La vera rivoluzione siciliana sarebbe molto più semplice e molto più difficile, smettere di demolire, smettere di mascariare, smettere di sospettare e cominciare finalmente a costruire una Sicilia migliore.