La sanità siciliana è diventata la fotografia più impietosa del fallimento politico del governo Schifani. Non soltanto per le inchieste, le presunte pressioni, le relazioni pericolose e gli interessi che emergono dalle cronache giudiziarie. Ma soprattutto perché, dopo anni di governo, la Regione non è riuscita a garantire ai cittadini una sanità più efficiente, accessibile e trasparente.
Il problema non è soltanto chi abbia cercato di condizionare una decisione o chi abbia gestito male un incarico. Il problema è una classe dirigente che non è riuscita a sottrarre la sanità alla logica delle appartenenze e delle relazioni, né a trasformare le enormi risorse disponibili in servizi adeguati.
L’articolo pubblicato oggi sulla stampa nazionale sulle presunte pressioni di Gaetano Armao, già vicepresidente della Regione e nominato esperto giuridico di Schifani, riporta al centro il rapporto tra Palazzo d’Orléans e l’amministrazione sanitaria. Ma sarebbe un errore ridurre tutto alla vicenda giudiziaria. La questione vera è politica, chi ha costruito e chi continua a governare questo sistema?
- QUATTRO ANNI DI PROMESSE, TRE ASSESSORI E NESSUNA SVOLTA
Schifani aveva indicato le liste d’attesa come una delle priorità assolute del proprio governo fin dall’ottobre 2022. Era un impegno preciso, anche perché rappresentava uno dei problemi più avvertiti dai siciliani.
A distanza di quasi quattro anni, però, il risultato non corrisponde agli annunci. Secondo i dati Agenas richiamati dalla stampa regionale, tra il 2025 e il 2026 la Sicilia ha registrato un peggioramento nella capacità di garantire nei tempi previsti visite specialistiche ed esami diagnostici.
Nel frattempo, alla guida dell’assessorato alla Salute si sono succeduti tre assessori. Sono stati annunciati piani straordinari, stanziamenti, accordi con le strutture private e richiami ai direttori generali. Ma il cittadino continua a misurarsi con tempi incompatibili con il diritto alla cura.
Questa è una responsabilità politica concreta: avere individuato un’emergenza, averla proclamata priorità di governo e non essere riusciti a risolverla.
Non basta finanziare l’abbattimento delle liste d’attesa se poi le prestazioni non arrivano nei tempi promessi. Non basta cambiare assessore se il sistema rimane lo stesso. Non basta minacciare la decadenza dei manager se i criteri di valutazione non producono un miglioramento effettivo dei servizi.
- IL FALLIMENTO È ANCHE NEI CONTI E NELLA PROGRAMMAZIONE
C’è poi il capitolo finanziario. Le stime regionali indicano per il 2026 un disavanzo sanitario di circa 650 milioni di euro, che il governo conta di ridurre a 400 milioni attraverso misure di contenimento.
È un dato che pesa come un macigno sulla credibilità della gestione regionale. Perché non si può rivendicare il risanamento dei conti quando il sistema continua a produrre squilibri di queste dimensioni.
E il problema non è soltanto quanto si spende, ma come si spende e soprattutto quali risultati si ottengono.
La sanità siciliana ha bisogno di una programmazione seria del personale, di una rete territoriale funzionante, di strutture di prossimità capaci di alleggerire gli ospedali e di una gestione degli acquisti realmente trasparente ed efficiente.
Anche sul fronte dell’assistenza territoriale restano ritardi rilevanti nell’attuazione del modello delle Case e degli Ospedali di comunità. Non è un dettaglio burocratico: significa lasciare gli ospedali a gestire una domanda di assistenza che dovrebbe trovare risposta sul territorio.
E mentre questi problemi rimangono aperti, il governo annuncia nuove strutture organizzative, come Azienda Zero, per centralizzare gli acquisti e contenere i costi. Una proposta che dovrà essere giudicata sui risultati, non sugli annunci.
- LA SANITÀ NON PUÒ ESSERE LA CASSAFORTE DELLA POLITICA
È in questo contesto che vanno lette le vicende Armao, Cuffaro, CEFPAS, appalti e assicurazioni.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano procedimenti diversi o attribuire responsabilità non accertate. Si tratta di capire perché la sanità sia diventata così frequentemente il centro di vicende che riguardano nomine, incarichi, affidamenti e rapporti tra politica e interessi economici.
La politica avrebbe dovuto garantire autonomia amministrativa, competenza e controlli. Invece è costretta a difendersi da interrogativi sempre più pesanti sulla qualità della propria gestione.
Piazza Ziino ha assunto le sembianze dell’antro di Alì Babà: i ladroni, nella metafora, non sembrano essere quaranta, ma molti di più. Naturalmente, le responsabilità individuali spettano alla magistratura. Ma la responsabilità di avere governato questo sistema appartiene alla politica.
E Schifani non può sottrarsi.
È il presidente che ha nominato, scelto, confermato o sostenuto una parte della classe dirigente chiamata a gestire la sanità. È il presidente che ha indicato le priorità e che deve rispondere dei risultati. Non può rivendicare i successi quando gli conviene e chiamare in causa esclusivamente i manager quando emergono i fallimenti.
- LA MAGGIORANZA DEVE RENDERE CONTO AI SICILIANI
La crisi non riguarda soltanto l’assessore alla Salute di turno. Coinvolge il governo e la maggioranza che ne sostiene le scelte.
La sanità non può essere utilizzata come terreno di equilibrio tra partiti, gruppi parlamentari e interessi territoriali. Le direzioni delle aziende sanitarie non possono diventare il premio di una trattativa politica. La competenza non può essere subordinata alla fedeltà.
Il fallimento politico si misura proprio qui: nella distanza tra le promesse e i risultati, tra le risorse impegnate e i servizi erogati, tra le dichiarazioni sulla tutela della salute e la realtà vissuta dai cittadini.
E non basta un rimpasto. Non basta cambiare ancora una volta assessore. Non basta annunciare una nuova riorganizzazione amministrativa.
Occorre ammettere che il modello di governo finora adottato non ha prodotto la svolta promessa.
- IL COMMISSARIAMENTO PER RESTITUIRE LA SANITÀ AI SICILIANI
Di fronte a questo quadro, il Governo nazionale deve assumersi la responsabilità di una verifica straordinaria sulla sanità siciliana.
Bisogna controllare la governance, i bilanci, le nomine, gli affidamenti, la gestione degli acquisti e l’effettiva capacità della Regione di garantire i livelli essenziali di assistenza.
E bisogna verificare se esistano i presupposti normativi per attivare le procedure straordinarie, compreso il commissariamento.
Non per consegnare la sanità a un altro centro di potere, ma per interrompere una gestione che deve dimostrare di essere ancora in grado di funzionare nell’interesse pubblico.
La Sicilia non può continuare a pagare il prezzo di una politica che sembra più impegnata a conservare i propri equilibri che a risolvere i problemi dei cittadini.
Il fallimento di Schifani non si misura soltanto nelle inchieste che investono il mondo della sanità. Si misura nelle visite che non si riescono a prenotare, negli esami che arrivano troppo tardi, nei pronto soccorso sovraffollati, nei servizi territoriali che non decollano e nei milioni di disavanzo che continuano ad accumularsi.
Piazza Ziino ha assunto le sembianze dell’antro di Alì Babà. Ma il problema non è soltanto capire quanti siano i 40 ladroni. È chiedere conto a chi ha governato il palazzo, a chi ha distribuito le chiavi e a chi avrebbe dovuto garantire che quel tesoro fosse utilizzato per la salute dei siciliani.
La sanità siciliana è saltata. E quando falliscono insieme la programmazione, i controlli, i servizi e la credibilità politica, non basta cambiare qualche nome: bisogna cambiare il sistema.