
Il grande riciclaggio della politica. Cambiano le insegne, restano gli stessi inquilini, si rammenda una rete già usurata. Ma adesso arrivano pure le benedizioni
Vecchi sindaci e assessori travestiti da innovatori, civici in cerca di padrini, antipolitici con il sogno dell’assessorato, monopolisti della legalità e rivoluzionari da tavolinetto. E poi appare il totem dell’epifania. A Paternò è cominciata la grande operazione di restauro del potere che fu. Con una novità, persino il civismo sembra avere trovato la propria chiesa militante che getta la maschera.
A Paternò il cambiamento è diventato una specialità della casa. Si riciclano vecchi sindaci, assessori, si lucidano a nuovo personaggi, si rispolverano alleanze, si inventano movimenti e si confezionano rivoluzioni con materiali rigorosamente usati. L’unica cosa che non si riesce a riciclare è la credibilità politica. Tutti vogliono salvare la città. Naturalmente, possibilmente, dalla poltrona di comando.
Il copione è esilarante, chi ha partecipato alle stagioni politiche precedenti oggi si presenta come il liberatore dai disastri del passato. Chi ha perso diventa stratega, chi ha cambiato schieramento diventa uomo del dialogo, chi ha amministrato nella stagione più buia della città, si autoproclama esperto di rinnovamento.
Il fallimento, a Paternò, sembra avere una proprietà straordinaria, se invecchia abbastanza, diventa esperienza. La miniera del potere è esaurita, ma gli ex minatori sono tornati con nuovi caschetti, vecchi strumenti e una “rete” usurata. Qualcuno ha cambiato colore, passando dal rosso al verde, qualcuno squadra, qualcuno memoria. Tutti, però, conoscono ancora perfettamente la strada per il municipio. Lo già hanno abitato per lunghi nove anni.
- IL CIVISMO & C., QUESTA MERAVIGLIOSA RELIGIONE, SENZA DICHIARAZIONE DEI REDDITI POLITICI
Ci sono i civici 3.0.Una categoria zoologica tutta da studiare. Non sono sedicenti di destra, né di sinistra, solo di convenienza. Criticano i partiti in pubblico e poi li cercano nelle sacrestie. Invocano indipendenza, ma tengono la rubrica telefonica sempre aggiornata.
Poi l’antipolitica, intanto, che ha scoperto un dettaglio, per abbattere il sistema bisogna prima trovare una sedia o meglio una poltrona dentro il sistema. E la rivoluzione finisce in sacrestia dove si discute di cambiamento aspettando di sapere chi distribuirà gli incarichi.
E poi ci sono i sedicenti custodi esclusivi della legalità, quelli che sembrano averne acquistato il brevetto. Dopo lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, la legalità dovrebbe essere patrimonio collettivo, non una medaglia da appuntarsi sul petto per impartire lezioni agli altri. Nessuno possiede il monopolio della coscienza civile. Nemmeno chi organizza convegni, distribuisce pagelle, coltiva bellezza e considera ogni dissenso un’eresia quasi scolastica.
- LA CHIESA MILITANTE E I TAVOLINETTI CONSACRATI
Ma la scena più curiosa è un’altra. La sollecitazione della Chiesa catanese a promuovere una nuova stagione politica pone una questione che non può essere liquidata con qualche formula di circostanza.
La Chiesa ha pieno diritto di intervenire nella società, richiamare valori, denunciare ingiustizie e invitare i cittadini all’impegno. Ma quando questa iniziativa assume i contorni di una promozione politica che sembra guardare prevalentemente a sinistra e dintorni, il confine tra testimonianza pastorale e regia politica diventa inevitabilmente oggetto di discussione. Complicità?
Il catechismo non è il programma elettorale del centrosinistra. Le parrocchie non sono circoli del campolargo e i fedeli non sono un bacino elettorale da mobilitare. Non si può predicare l’ecumenismo e poi dare l’impressione di voler distribuire patenti di legittimità politica soltanto a una parte. La Chiesa non ha bisogno di consacrare la sinistra e la sinistra non ha bisogno di un cappello ecclesiastico per sentirsi moralmente superiore.
- E veniamo adesso ai monumenti della nuova stagione, I TAVOLINETTI.
Piccoli altari della politica paesana, dove si celebra il mistero della partecipazione, si recita il rosario del cambiamento e si impartiscono assoluzioni preventive agli aspiranti protagonisti. Si entra da cittadini e si spera di uscire da candidati. Il rito è sempre lo stesso, caffè, fotografia, dichiarazione sulle responsabilità, comunicato sul percorso condiviso. E amen.
Attorno a questi tavolinetti si incontrano ex avversari, futuri alleati, aspiranti sindaci, mediatori, professionisti della convergenza e chierichetti, nell’apoteosi del nulla. Tutti parlano di bene comune, di bellezza, ma nessuno sembra avere particolare fretta di spiegare quale bene, quale comune, quale bellezza e soprattutto quale prospettiva.
Una specie di conclave senza cardinali, ma con molti aspiranti pontefici. La domanda resta, questi tavolinetti chi li ha voluti? Chi ha conferito loro il mandato di distribuire investiture, patenti di credibilità e benedizioni politiche? Da quando un caffè equivale a un programma amministrativo?
- GODOT È IN VIAGGIO TRA PALERMO E ROMA
Intanto Paternò aspetta. Aspetta il futuro. Però il centro storico perde vita, le periferie chiedono attenzione, la sicurezza latita, il patrimonio pubblico aspetta una destinazione e la politica continua a discutere di se stessa. Si aspettano le elezioni regionali, le politiche nazionali, le investiture, i nuovi equilibri e il segnale del padrino giusto. E meglio se questo padrino non indossi la coppola ma la mitria.
Chi oggi è indipendente potrebbe scoprire domani una straordinaria affinità con una coalizione. Chi oggi denuncia il passato potrebbe ritrovarsi seduto accanto ai suoi interpreti. Tutto, naturalmente, in nome della responsabilità.
Ma il vero partito di Paternò non siede ai tavolinetti, è quello degli astensionisti, dei delusi, di chi ha smesso di credere alle fotografie di gruppo e alle promesse confezionate alla vigilia delle elezioni.
Il tradimento degli elettori, del resto, comincia prima del voto, quando si promette discontinuità e si riciclano gli stessi protagonisti della stagione retina; quando si invoca partecipazione e si preparano accordi; quando si predica legalità e si pretende di esserne proprietari. Poi si scopre che la stagione di gestione delle opere pubbliche ha avuto la più lunga epopea nella storia cittadina proprio negli anni novanta e quel gestore oggi siede nel tavolinetto. Nessuno ha diritto a un’immunità politica permanente e preventiva per censo politico.
- SIPARIO. LA MESSA È FINITA, MA IL TAVOLINETTO RESTA OCCUPATO
Il teatro è pronto. Le vecchie glorie hanno ripreso i camerini, gli ex sindaci impartiscono lezioni, gli antipolitici provano il discorso d’insediamento, i civici cercano il vento giusto, i custodi della legalità distribuiscono pagelle e i sacerdoti del nuovo corso preparano le celebrazioni. I tavolinetti sono prenotati. Manca soltanto il pubblico che riempia le poltrone, semmai ci sarà.
Paternò non è una proprietà da ereditare, una miniera da riaprire, una sacrestia politica o un laboratorio elettorale. È una città che ha diritto a una classe dirigente capace di rendere conto del proprio passato (e cose da dire ce ne sono tante) prima di promettere il futuro.
Il Gattopardo almeno aveva il coraggio di dichiarare il proprio metodo, cambiare tutto perché nulla cambiasse. Qui siamo andati oltre. Si cambia nome, il colore della bandiera, il bar e persino il tavolinetto. Poi ci si rifugia in sacrestia, annunciando la rivoluzione del sistema.
E mentre tutti aspettano Godot, qualcuno pensa di avere già prenotato il posto a capotavola, acceso una candela e cominciato a distribuire benedizioni. La città, come al solito, resta fuori. E questa volta potrebbe anche non avere più voglia di entrare. PATERNEXIT.