
L’errore è strategico, scambiare la valorizzazione di un’infrastruttura con la sua definitiva dismissione. La pista ciclabile può essere utile, ma se per realizzarla si sacrifica il sedime ferroviario, si compie una scelta difficilmente reversibile proprio nel momento in cui si parla di intermodalità e rilancio delle aree interne.
C’è una domanda che dovrebbe essere posta prima di celebrare qualsiasi progetto di trasformazione dell’ex linea ferroviaria Motta Sant’Anastasia–Regalbuto in greenway: siamo davvero sicuri che il modo migliore per valorizzare una ferrovia sia cancellarne definitivamente la funzione ferroviaria? Perché il punto è tutto qui.
La mobilità dolce è una cosa seria. Le piste ciclopedonali sono una risorsa. La valorizzazione del paesaggio, del patrimonio archeologico e delle aree interne è una necessità. Ma trasformare un intero sedime ferroviario in una pista ciclabile non è semplicemente un intervento ambientale: è una scelta infrastrutturale che rischia di compromettere per sempre altre possibilità.
E questa è la parte che meriterebbe una discussione molto più seria di quella che, almeno finora, sembra essere stata concessa al territorio. IL PARADOSSO È CHE SI PARLA DI FUTURO CANCELLANDO UN’INFRASTRUTTURA DEL PASSATO, la vecchia Motta Sant’Anastasia–Regalbuto non è soltanto una linea ferroviaria dismessa. È un corridoio territoriale.
È un sedime che, almeno in parte, potrebbe rappresentare una riserva infrastrutturale difficilmente ricostituibile qualora venisse definitivamente trasformato.
E allora la domanda diventa inevitabile, perché decidere oggi ciò che potrebbe impedire domani una soluzione ferroviaria? A chi si fa questo favore? Forse al progetto della stazione San Marco, che nasce male, con parecchio odore di illegittimità. Lo abbiamo trattato tempo fa: LO SCANDALO SAN MARCO, LA FERROVIA DELLE PARCELLE, IL BINARIO MORTO DEI SOLDI PUBBLICI e articoli collegati. Adesso queste carte sono all’attenzione della Corte dei Conti.
Tutto ciò avviene mentre si parla continuamente di intermodalità, riduzione del traffico su gomma, collegamento delle aree interne, potenziamento del trasporto pubblico e necessità di connettere i territori produttivi con porti, aeroporti e grandi direttrici ferroviarie.
La contraddizione è evidente. Da una parte si dice che la Sicilia deve recuperare il gap infrastrutturale. Dall’altra si rischia di trasformare un’infrastruttura ferroviaria esistente in qualcosa che, una volta realizzato, potrebbe rendere molto più difficile tornare indietro. Una greenway si può progettare anche altrove. Un sedime ferroviario strategico, una volta smantellato o compromesso, non si ricrea con un tratto di asfalto e qualche binario recuperato per arredamento.
Il problema riguarda in modo particolare Paternò. Perché Paternò non è soltanto una delle tante comunità attraversate dalla vecchia linea. È un territorio con una forte vocazione agricola e agroindustriale, inserito nella Valle del Simeto e collocato a breve distanza dalle principali infrastrutture della Sicilia orientale. Motta Sant’Anastasia e Bicocca possono rappresentare, almeno sul piano strategico, punti di connessione con Catania, l’aeroporto, il porto, la stazione centrale e la direttrice ferroviaria Catania–Palermo.
Questa prospettiva dovrebbe essere studiata. Non celebrata. Studiata. Con numeri, costi, tempi, flussi di passeggeri, movimentazione delle merci, domanda potenziale, benefici economici e sostenibilità finanziaria. Perché il vero scandalo non sarebbe scoprire che la riattivazione ferroviaria non è economicamente sostenibile. Il vero scandalo sarebbe non verificarlo affatto prima di rendere irreversibile una scelta.
Il rischio è quello già visto troppe volte in Sicilia realizzare un’opera apparentemente positiva e poi scoprire che, da sola, non produce alcuna trasformazione strutturale.
Una pista ciclabile può essere bellissima. Può essere utilizzata. Può favorire il turismo. Può valorizzare il paesaggio. Ma se non è collegata a servizi, stazioni, altri sistemi di mobilità, rischia di diventare semplicemente un’infrastruttura fine a se stessa, monca.
E la Sicilia ne ha già viste troppe. Il problema non è essere contro la pista ciclabile. Il problema è essere contro l’idea che la pista ciclabile debba necessariamente sostituire la ferrovia. È una differenza enorme.
La contrapposizione è sbagliata. Non bisogna scegliere necessariamente tra ferro e bicicletta. Bisogna progettare un territorio nel quale ferrovia, mobilità dolce, turismo e ambiente possano convivere. Dove tecnicamente possibile, la pista ciclopedonale potrebbe essere realizzata in affiancamento alla linea ferroviaria, anziché sopra il sedime destinato alla ferrovia. È questa la vera sfida. Non prendere un’infrastruttura e decidere quale delle sue possibili funzioni eliminare.
Ma moltiplicarne le funzioni. Un treno può trasportare persone. Può trasportare merci. Può trasportare turisti. Può collegare un territorio alle grandi infrastrutture. Una pista ciclabile può accompagnare questo sistema, intercettando una domanda diversa e valorizzando il paesaggio. Perché trasformare una scelta binaria in una progettazione integrata dovrebbe essere considerato impossibile?
C’è poi un altro aspetto che merita di essere affrontato senza diplomazie. Se si parla di partecipazione territoriale, la partecipazione deve essere reale. Non basta presentare un progetto come risultato di un percorso partecipativo se le comunità interessate, gli operatori economici, le imprese, le associazioni e gli enti locali non hanno avuto la possibilità concreta di discutere alternative, costi, conseguenze e scenari futuri.
La miopia di questa commissione straordinaria è seria avrebbe dovuto mettere sul tavolo almeno tre ipotesi: greenway integrale; conservazione e possibile riattivazione ferroviaria; soluzione integrata ferrovia–mobilità ciclabile.
E poi confrontarle. Con dati alla mano. Perché quando una decisione può produrre conseguenze irreversibili, il territorio ha diritto non soltanto a essere informato. Ha diritto a discutere prima che venga deciso.
Paternò non può continuare a ragionare con la logica del tanto peggio tanto meglio. È proprio questo il ragionamento che ha contribuito, negli anni, a lasciare morire pezzo dopo pezzo una parte consistente del patrimonio cittadino. Il rischio è che la storia si ripeta e i cittadini chiedono “ma cosa è cambiato?”
Il tema, nello specifico assume ancora maggiore rilevanza in una fase nella quale la mobilità europea guarda con crescente attenzione al trasporto ferroviario, all’intermodalità e alla riduzione della dipendenza dal trasporto su gomma. E allora bisogna avere il coraggio di porre una domanda scomoda, ha davvero senso rinunciare preventivamente a un corridoio ferroviario senza averne prima verificato il potenziale futuro?
La Valle del Simeto ha bisogno di collegamenti. Paternò ha bisogno di infrastrutture. Le imprese hanno bisogno di alternative al trasporto su gomma. Il turismo ha bisogno di reti. Le aree interne hanno bisogno di essere ricucite con Catania. E tutto questo richiede una visione che vada oltre il prossimo finanziamento, il prossimo protocollo d’intesa o la prossima inaugurazione. Serve una strategia poliennale. Perché un territorio non si sviluppa semplicemente rendendo più piacevole ciò che già possiede. Si sviluppa aumentando le possibilità che avrà domani.
Prima di trasformare definitivamente l’ex linea Motta Sant’Anastasia–Regalbuto in greenway bisognerebbe quindi fermarsi e chiedersi quanto costerebbe recuperare domani ciò che oggi decidiamo di cancellare?
Prima di togliere definitivamente i binari dalla prospettiva della Valle del Simeto, sarebbe necessario almeno avere il coraggio di verificare se quei binari possano ancora rappresentare una parte del futuro. Ma tanto questi commissari sono qui giocando a fare gli amministratori. Sanno perfettamente che da Paternò se ne andranno, quindi usano la supponenza e la protervia posseduta come scudo, ascoltando con ubbidienza supina i suggeritori, che però pensano solo alle proprie convenienze. Una complicità nefasta e non asettica. È così che si tradisce il fine per il quale sono stati mandati a Paternò dopo lo scioglimento per mafia. Tutto cambia per non cambiare nulla? Una vergogna.