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LA SICILIA DEL BURLESQUE. Quando la trasparenza diventa uno spettacolo e la politica fa a gara a chi la spara più grossa

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C’era una volta la politica. Quella noiosa, fatta di programmi, amministrazione, responsabilità e persino di quella fastidiosa cosa chiamata prudenza. Poi arrivò la nuova stagione, quella della trasparenza a reti unificate, del sospetto elevato a prova e della denuncia trasformata in format televisivo. Benvenuti nella Sicilia del burlesque politico.


Qui non basta più governare. Bisogna denunciare. Non basta denunciare. Bisogna indignarsi. Non basta indignarsi. Bisogna chiedere dimissioni. E farlo davanti a una telecamera. Perché oggi, evidentemente, un fatto senza una clip o un video è quasi come un fatto che non esiste.

E così la politica siciliana ha trovato il suo nuovo modello: non più governare per amministrare, ma comunicare per governare l’emozione del momento. Il problema è che, qualche volta, tra un video, un comunicato e una dichiarazione roboante, la realtà si mette di traverso.

  • DALLA “CULTURA DEL SOSPETTO” ALLA CULTURA DELLO SPETTACOLO

Abbiamo avuto Leoluca Orlando e la celebre idea della “cultura del sospetto come anticamera della verità”. Una frase che ha segnato una stagione politica e culturale. Il problema è che, portata all’estremo, quella logica rischia di produrre un sistema nel quale prima si sospetta, poi si condanna politicamente e soltanto alla fine — forse — si controllano i fatti.

  • POI ARRIVÒ ROSARIO CROCETTA.

E lì il teatro dell’assurdo raggiunse livelli memorabili. Un assessore travolto politicamente dallo scandalo di una piscina abusiva. Peccato che, nella vicenda, la piscina non ci fosse. Una roba che se l’avesse scritta un autore satirico sarebbe stata respinta dall’editore perché giudicata poco credibile. E invece era politica Siciliana.

  • LA CASA ABUSIVA, IL VICESINDACO E LA GUERRA DEI PURI

Adesso siamo arrivati ad Agrigento.  Il caso Crosta è ormai diventato un piccolo capolavoro del nuovo genere politico.

Il vicesindaco Giovanni Crosta ha ereditato dal padre un immobile abusivo. La vicenda è esplosa politicamente e mediaticamente. Ismaele La Vardera ne ha chiesto le dimissioni, mentre il sindaco Michele Sodano aveva inizialmente difeso la posizione del suo vice. Alla fine Crosta si è dimesso, sostenendo di essere vittima di una campagna mediatica e di speculazioni politiche.

E qui arriva il dettaglio meraviglioso. Crosta non è un avversario di La Vardera. È un uomo di Controcorrente. Cioè dello stesso movimento di La Vardera. E allora viene spontanea una domanda,  ma la rivoluzione della trasparenza funziona anche dentro casa, non soltanto quando si bussa alla porta degli altri.

Perché questa è la vera domanda. Non sappiamo se Crosta sia colpevole o innocente di qualcosa. Quello lo stabiliscono gli organi competenti. La domanda politica è un’altra, la stessa severità morale applicata  vale come lotta politica anche interna? Siamo davanti alla solita vecchia politica. Solo con più telecamere.

  • IL NUOVO SPORT NAZIONALE: L’ESPULSIONE MEDIATICA

La vicenda è arrivata persino all’espulsione di Crosta da Controcorrente, annunciata da La Vardera attraverso un videomessaggio. Una volta l’espulsione politica si comunicava con una lettera. Oggi serve il video. Possibilmente con tono grave, faccia seria e musica immaginaria da trailer. “Questa sera vi devo parlare di una cosa gravissima…” E parte il film. Il cittadino guarda. I social commentano. I giornali titolano. La politica si indigna. E il giorno dopo si passa al caso successivo.

È la politica Netflix: ogni ventiquattr’ore una nuova puntata, possibilmente più clamorosa della precedente. Il problema è che le istituzioni non sono Netflix. E un’amministrazione comunale non può vivere permanentemente dentro una serie televisiva.

  • IL GRAN FINALE: SCHIFANI CONTRO AMATA

Ma il premio alla sceneggiatura più surreale arriva dalla Regione.

Qui abbiamo un presidente, Renato Schifani, e un’assessora della sua stessa Giunta, Elvira Amata, coinvolta in un processo per corruzione nel quale la Regione intende chiedere di costituirsi parte civile, dopo che non si è costituita nei termini dell’udienza preliminare. Palazzo d’Orléans sostiene di non avere ricevuto dall’Avvocatura la comunicazione relativa alla fissazione dell’udienza e ha annunciato l’intenzione di chiedere la rimessione in termini.

Ora immaginiamo la scena. La Giunta si riunisce. Presidente: “Dobbiamo costituirci parte civile.” L’Assessore Amata: “Contro chi?”. Presidente: “Contro di te.” Assessore: “Ah.” Pausa. Silenzio. Qualcuno prende un bicchiere d’acqua. Qualcun altro guarda il soffitto. E il segretario verbalizza.

La Regione Siciliana contro un componente della giunta della Regione Siciliana. Non è più politica. È Pirandello con il patrocinio dell’Avvocatura. Naturalmente, anche qui, una precisazione è d’obbligo, essere imputati non significa essere colpevoli e le accuse dovranno essere accertate nel processo. Amata ha respinto le contestazioni. Ma il paradosso politico resta. Ed è enorme.

  • IL PROBLEMA È CHE NEL FRATTEMPO CI SI DIMENTICA DI GOVERNARE

Questo è il punto che dovrebbe interessare davvero. Mentre la politica si contende il primato morale, le città continuano ad avere problemi reali. Inutile continuare ad elencarli. Ma questi argomenti hanno un difetto imperdonabile, non fanno abbastanza rumore sui social. Una strada dissestata richiede mesi di lavoro. Una denuncia dura trenta secondi. Una riforma richiede competenza. Un’accusa richiede soltanto un microfono. Un problema amministrativo è complicato. Uno scandalo è semplicissimo. Ed ecco spiegato il successo del populismo farlocco.

  • LA GRANDE TRUFFA DELLA “PSEUDO-TRASPARENZA”

La trasparenza vera è una cosa straordinariamente semplice. Documenti. Numeri. Atti. Procedure. Fatti verificabili.

La pseudo-trasparenza invece è un’altra cosa. È il video indignato. È il post con le maiuscole. È la conferenza stampa. È il “vergogna!”. È il “dimettiti!”. È il “io non sono come gli altri”. È il sospetto lanciato nell’etere e lasciato lì a fare il lavoro sporco. E soprattutto è la pretesa di sostituire la verifica con l’indignazione.

Questa non è trasparenza. È comunicazione di arte e politica. E quando la comunicazione politica diventa più importante dell’accertamento dei fatti, siamo davanti a un problema serio.

  1. LA GARA A CHI È PIÙ PURO

Il paradosso è che questa politica produce inevitabilmente una gara. Chi è più puro? Chi chiede prima le dimissioni? Chi usa la parola “legalità” più volte? Chi riesce a trasformare una vicenda amministrativa in un caso da avanspettacolo? È la versione contemporanea della vecchia profezia di Nenni: “Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura.”

Ad Agrigento, la frase sembra scritta apposta per il copione. E il rischio è evidente. Perché quando si costruisce la propria identità politica sulla presunta superiorità morale, prima o poi arriva qualcuno che pretende di applicare la stessa regola a te. E allora il giocattolo si rompe.

Perché ogni volta che si grida solamente ad effetto, lo scandalo si sgonfia, si indebolisce la credibilità delle denunce vere.

  • CONCLUSIONE: BASTA CON IL CIRCO DELLA PUREZZA

Forse sarebbe arrivato il momento di dirlo senza troppi giri di parole. La politica non ha bisogno di nuovi sacerdoti della purezza. Ha bisogno di amministratori seri. Lascino che di tutto ciò se ne occupi la stampa, non le istituzioni che tentano di fare esplodere i social. Ma la politica siciliana, invece, sembra ormai impegnata in una gara diversa, chi la spara più grossa in nome della purezza. Prima la piscina senza piscina. Poi la casa abusiva ereditata. Poi la guerra dentro Controcorrente. Poi la Regione che tenta di diventare parte civile contro un’assessora della propria Giunta. Domani chissà. Magari una commissione antimafia chiamata a indagare sulla commissione antimafia. A quel punto avremo raggiunto la perfezione. Non sarà più la politica ma il paradosso.

Sarà direttamente il teatro dell’assurdo con le fasce tricolori. E mentre loro recitano, litigano, denunciano, smentiscono e si accusano reciprocamente di essere meno puri degli altri, c’è un piccolo particolare che rischia di sfuggire,  fuori dal teatrino ci sono i cittadini. E quelli, prima o poi, presentano il conto. Non con un comunicato stampa. Con il voto.