CEFPAS, crolla il castello. La Regione prende atto di ciò che era già scritto nelle sentenze, ma il conto rischia di essere miliardario. C’è un aspetto che non può essere ignorato. Per anni QTSicilia ha pubblicato articoli nei quali metteva in discussione la natura giuridica del CEFPAS e le conseguenze derivanti dall’utilizzo delle norme riservate al Servizio sanitario. Quelle ricostruzioni furono contestate. Si parlò perfino di querele. Oggi, però, è la stessa Regione Siciliana che prende formalmente atto di ciò che la Corte costituzionale aveva già affermato. Non è una rivincita. È la dimostrazione che il giornalismo svolge il proprio ruolo quando pone domande scomode prima che diventino inevitabili. Oggi nessuno può dire che non sapeva.
di Giovanni Coriolano***
C’è un momento in cui la politica non può più nascondersi dietro le formule burocratiche. Un momento in cui una delibera apparentemente tecnica diventa la confessione di un fallimento istituzionale. Quel momento è arrivato il 31 luglio 2026.
Con la deliberazione della Giunta regionale n. 313, formalmente dedicata all’integrazione degli elenchi del Gruppo Amministrazione Pubblica della Regione Siciliana, Palazzo d’Orléans compie un gesto che va ben oltre un semplice aggiornamento contabile: prende atto che il CEFPAS non è, e non poteva essere, un ente del Servizio sanitario regionale, in ossequio a quanto già stabilito dalla sentenza n. 169/2024 della Corte costituzionale.
È una presa d’atto destinata a produrre effetti devastanti. Perché se il CEFPAS non aveva natura sanitaria, allora viene spontanea una domanda tanto semplice quanto inquietante, su quale presupposto giuridico sono stati gestiti, per anni, milioni di euro, appalti, assunzioni, affidamenti diretti, rapporti convenzionali e procedure speciali riservate esclusivamente agli enti del Servizio sanitario? È la domanda che oggi la politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare. E invece continua a rifugiarsi dietro il linguaggio anodino delle delibere.
È una realtà che solo oggi la Regione certifica pur conoscendo tutto. La delibera non crea una nuova situazione. La certifica. Ed è questo il punto più grave. La Corte costituzionale aveva già chiarito che il CEFPAS non poteva essere qualificato come ente del SSR. Oggi la Regione non fa altro che adeguarsi a quella pronuncia, riconoscendo che il Centro rientra tra gli enti strumentali sottoposti alla tutela e vigilanza della Regione Siciliana. Lo fa dopo lo scandalo e a distanza di anni.
Tradotto in termini pratici significa che il CEFPAS esce definitivamente dall’orbita sanitaria ed entra in quella ordinaria degli enti regionali. Da questo momento il controllo passa all’Assessorato dell’Economia e, soprattutto, non potrà più essere finanziato attraverso la quota del Fondo sanitario regionale. Ma il problema non riguarda soltanto il futuro. Riguarda soprattutto tutto il passato.
Nel diritto amministrativo esiste un principio elementare. Quando viene meno il presupposto giuridico che legittima un’azione amministrativa, ogni atto adottato sulla base di quel presupposto può essere oggetto di verifica sotto il profilo della sua validità. Sarà naturalmente la magistratura competente, contabile, amministrativa e penale, a valutare caso per caso gli eventuali profili di illegittimità e le relative responsabilità.
È dunque inevitabile chiedersi se debbano essere riesaminati gli affidamenti di servizi; gli appalti; le procedure di reclutamento; gli incarichi; l’applicazione delle discipline speciali previste per gli enti sanitari; i rapporti convenzionali instaurati con ASP e aziende ospedaliere.
La questione non è teorica. È concreta. Ed è destinata ad aprire una stagione di ulteriori responsabilità.
Non basta interrogarsi sulle responsabilità di chi amministrava il CEFPAS. Occorre interrogarsi anche su chi aveva il dovere di vigilare. Per anni il controllo è stato esercitato dall’Assessorato regionale della Salute. Se un ente ha operato applicando regole che oggi vengono riconosciute incompatibili con la sua natura giuridica, appare inevitabile che vengano valutati anche i controlli esercitati dall’amministrazione vigilante e l’adeguatezza delle verifiche svolte. Anche su questo fronte saranno gli organi competenti a stabilire se vi siano state omissioni, errori o altre responsabilità.
C’è poi un’altra questione, forse ancora più delicata. Per anni il CEFPAS ha beneficiato di un finanziamento ordinario di circa sei milioni di euro annui, oltre a numerosi affidamenti “in house” provenienti dall’Assessorato della Salute e dalle aziende sanitarie.
Ora che viene meno la natura sanitaria dell’ente, si apre inevitabilmente il tema della corretta imputazione di quelle risorse. Sarà eventualmente il Ministero della Salute, nell’ambito delle proprie competenze e dei controlli previsti dall’ordinamento, a valutare se vi siano conseguenze finanziarie o richieste di restituzione nei confronti della Regione Siciliana. Qualora emergessero irregolarità nella destinazione delle risorse del Fondo sanitario, gli effetti sui conti regionali potrebbero essere estremamente rilevanti.
Anche il personale rischia di trovarsi al centro di una complessa vicenda giuridica. Il diverso inquadramento dell’ente potrebbe incidere sul regime contrattuale applicabile ai dipendenti, con possibili conseguenze economiche e organizzative che dovranno essere affrontate nel rispetto della normativa vigente. Anche sotto questo profilo potranno rendersi necessarie valutazioni da parte degli organi competenti, soprattutto qualora emergessero profili di danno erariale o contenziosi.
Questa delibera segna uno spartiacque. Da oggi non sarà più possibile sostenere che il CEFPAS fosse un ente sanitario. La stessa Regione ha certificato il contrario. Adesso iniziano le domande vere.
Chi autorizzò procedure fondate su un presupposto giuridico che oggi viene meno? Chi controllò? Chi firmò? Chi validò? Chi autorizzò milioni di euro di finanziamenti?
E soprattutto chi pagherà l’eventuale danno per le casse pubbliche?
C’è un principio che nella pubblica amministrazione non dovrebbe mai essere dimenticato la legge prevale sulle interpretazioni di comodo. E quando si gestiscono milioni di euro di denaro pubblico, questo principio diventa ancora più rigoroso. Nel caso del CEFPAS, il nodo non è soltanto amministrativo. Se un ente regionale strumentale dovesse operare come se fosse un’azienda sanitaria, utilizzando procedure consentite esclusivamente al Servizio sanitario regionale, le conseguenze potrebbero non limitarsi alla semplice illegittimità degli atti, ma aprire scenari di responsabilità amministrativa, contabile e, nei casi più gravi, anche penale.
Il Direttore Generale, Roberto Sanfilippo, era il rappresentante legale dell’ente e ne risponde della gestione complessiva. Questo significa che ogni deliberazione, ogni affidamento, ogni assunzione e ogni procedura adottata ricade sotto la sua responsabilità diretta. Perché quando a crollare non è un edificio, ma il fondamento giuridico sul quale è stata costruita un’intera gestione amministrativa, non basta cambiare una casella in un elenco. Bisogna adesso avere il coraggio di accertare ogni responsabilità. E questa volta, fino in fondo.